Erzsébet Báthory- La contessa sanguinaria

La storia di Erzsébet Báthory, conosciuta anche come La contessa Dracula

Oggi parleremo di una donna che visse tra il XVI e il XVII secolo in Ungheria e attorno alla quale si sono create numerose leggende : Erzsébet Báthory, conosciuta anche come La Contessa Dracula (per scoprire di più sulla figura del conte Dracula ecco un articolo molto interessante o la Contessa Sanguinaria. (Stemma della famiglia Bàthory)Lei e i suoi 4 collaboratori furono accusati di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne. Le vittime oscillerebbero tra le 100 accertate e altre 300 di cui all’epoca era accusata, anche se in realtà non vennero mai accertate.
Secondo un diario trovato durante la perquisizione in casa sua, le vittime sarebbero 650, e ciò farebbe di lei la peggiore assassina seriale mai esistita; gli storici si distaccano però da questa versione e danno come incerta l’esistenza e\o la veridicità del diario, tenendo in considerazione come vera la stima che va dalle 100 alle 300 vittime.

LA VITA

Erzsébet nacque a Nyírbátor, nella parte nord-est dell’Ungheria il 7 Agosto 1560, in una delle famiglie nobili più ricche e stimate di tutta la Transilvania (vantava al suo interno anche Re Stefano di Polonia), regione della Romania in cui crebbe, precisamente a Ecsed.
Fin dalla tenera età, la bambina mostrò sintomi di un forte squilibrio psichico, il quale si manifestava prima con forti cefalee seguite da scoppi d’ira o di isteria. Alcuni storici ritengono che ciò sia da imputarsi all’usanza dei Báthory di sposarsi tra consanguinei; difatti, altri parenti di Erzsébet erano affetti da patologie mentali, come schizofrenia o epilessia.

Sebbene la sua salute non fosse ottimale, all’età di dieci anni, nel 1571 la bambina venne promessa in sposa, attraverso un accordo politico, al Conte Ferenc Nádasdy, di sette anni più grande; poiché il suo stato sociale era più alto di quello del futuro marito, Erzsébet poté mantenere il suo ormai leggendario cognome.

Quando la giovane compì quindici anni si sposò a Varanno (in Slovacchia) nel 1575, con un banchetto e festeggiamenti regali; il regalo di nozze per lei da parte di Fernec fu il Castello di Čachtice (oggi Csejte), dove avrebbero vissuto dopo le nozze.
Tre anni più tardi, nel 1578, Ferenc Nádasdy partì, come comandante delle truppe ungheresi, in guerra contro gli Ottomani; lasciata “sola” tra le infinite stanze del castello, Erzsebét si circondò di servi, valletti e dame di compagnia, al fine di sfuggire alla noia della vita di corte.

Fra i suoi fedeli servitori spiccavano i nomi di Ilona Jò, futura balia dei suoi figli, Dorottya Szentes, Kateline Beniezky, dame di compagnia, e un valletto nano, il perfido Ficzkó. Durante gli anni trascorsi in loro compagnia, Erzsébet sviluppò un senso di collera e di sadismo incontrollabili.

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LE TORTURE

Elizabeth si trastullava con decine di amanti e torturava le serve adolescenti.

Tra le sevizie che prediligeva c’era quella di dare fuoco a pezzi di carta infilati tra le dita dei piedi delle ragazze. Oppure scaldava delle monete fino a farle diventare incandescenti e costringeva le vittime a prenderle in mano e a stringerle nel pugno. O ancora sfregiava i volti delle cameriere con ferri roventi, se queste stiravano male gli abiti costosi. Cuciva con del filo la bocca di chi (secondo lei) aveva mentito, conficcava aghi sotto le unghie, o spalmava di miele il corpo delle presunte ladre per poi abbandonarle nel bosco, legate a un albero, alla mercé di insetti e altri animali.
La più mostruosa pratica rimase quella di bruciare il sesso delle giovani con una candela.

Elizabeth trovò comunque il modo e il tempo di avere quattro figli: Anna, Orsolya, Katá e Pál.

L’istinto materno non faceva parte della sua natura, quindi la Contessa non si curò mai di loro e preferì affidarli alla balia Ilona Jó. Nonostante ciò fu proprio Elizabeth a organizzare i matrimoni dei figli, dando in moglie Anna e Katharina a nobili importanti e piazzando il figlio ed erede Paul presso il conte Emmerich Megyéry che ne divenne l’educatore .

Procurare dolore divenne il suo passatempo preferito. Di frequente faceva svestire le ragazze davanti ai servi per il puro piacere di umiliarle. Molte volte le violenze sfociavano nell’omicidio.

Tra le numerose dicerie che si sono aggiunte alla macabra lista c’è quella che racconta di come la carne di alcune ragazze seviziate fu servita più di una volta agli ignari soldati tornati dalla guerra al seguito del Conte.

Scegliendo tra le anime più maligne, Elizabeth mise insieme una corte formata da individui uniti dallo stesso comune interesse: la tortura.

Durante una delle sue “sedute” di percosse, Erzsébet colpì con forza una sua serva; ella perse del sangue, che schizzò sulla mano della Contessa. Quest’ultima, notando che la pelle bagnata dal liquido scarlatto era più liscia e uniforme, si convinse di aver trovato un elisir di giovinezza, per anni disperatamente cercato tra unguenti e olii essenziali.

Fu così che nel 1609, la Contessa volle istituire una sorta di accademia di formazione per le giovani dei villaggi all’interno di Čachtice; ancora una volta, le giovani accorsero in gran numero, nonostante le sparizioni di chi aveva preso servizio alla fortezza avessero cominciato a destare sospetti.

Il pretesto dell’accademia, imprigionò nelle segrete del castello decine di povere malcapitate; chiuse in celle buie e costrette, alle più fortunate venivano praticati tagli o addirittura amputazioni, al fine di raccoglierne il sangue. Alle sciagurate più in salute, veniva recisa di netto la gola, dopo essere state appese a testa in giù per le caviglie.

In questo modo, Erzsébet Báthory, si procurò per lungo tempo il sangue necessario per i suoi bagni ringiovanenti, il quale, si dice, veniva da lei anche bevuto.

Di certo la Báthory era affetta da una grave forma di sadismo, non è invece individuabile una chiara impronta omosessuale come nel caso del maresciallo Gilles de Rais, poiché sappiamo con sicurezza che la contessa veniva attratta dal sesso maschile. Anche uno dei suoi servitori fu per un certo periodo il suo amante e non perse l’occasione di vantarsene.

La componente mistica deve aver rivestito un ruolo chiave nella follia di Elizabeth come in quella del suo avo Zsigmond. Alcuni testimoni hanno parlato di estasi mistiche della contessa che talvolta, senza un motivo apparente, seguivano i delitti. Di colpo la nobildonna si decideva a far seppellire le vittime e poi se ne stava chiusa nella cappella privata a pregare per le loro anime, devotamente piegata sull’inginocchiatoio, sino all’alba. La donna-vampiro si circondava d’incenso. Alla base dei delitti non è stato invece possibile individuare una chiara impronta sociale o nazionalistica, poiché Elizabeth sceglieva le sue vittime sia in territorio slovacco che in quello ungherese, semplicemente a seconda del luogo in cui soggiornava in quel momento. Non faceva neanche differenze fra le modeste ragazze di paese e quelle benestanti della nobiltà. Il sangue era sangue, e basta.

LA SCOPERTA DEGLI OMICIDI, LA CONDANNA E LA MORTE

Alcuni uomini furono incaricati di esplorare il castello di Csejthe in cerca di prove. Quello che videro è documentato da alcune testimonianze scritte arrivate fino a noi: affermare che le segrete erano intrise di sangue non è un’esagerazione.

Una delle testimonianze scritte dell’epoca :

“(…) Il comandante si recò scortato da molti soldati e servi al castello del villaggio di Čachtice. Già all’entrata fu subito persuaso di ciò che gli avevano detto i testimoni. Una ragazza di nome Doricza fu trovata morta dopo essere stata bastonata e torturata, così come anche un’altra ragazza, che era ormai agonizzante. E proprio in questo luogo era in quel momento anche la signora di Nádasdy (N.d.A.: Elisabeth Báthory).”
In una cella furono trovate alcune giovani che aspettavano di cadere tra le grinfie della Contessa. La metà di esse erano morte di fame, e le restanti, ormai impazzite, avevano dovuto mangiare la carne delle compagne per sopravvivere. Una vergine di ferro stava in un angolo, completamente incrostata di sangue rappreso. Tavoli di legno, fruste, catene, cumuli di attrezzi di metallo, ogni cosa era color marrone-rossiccio. Un mattatoio dal quale gli investigatori uscirono pallidi e incapaci di proferire parola per parecchie settimane.

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Elisabeth non si presentò mai al suo processo, perché appartenente a una nobile famiglia. Le sue dame fedeli, considerate streghe, furono condannate al rogo, mentre il nano fu decapitato.

La ricca signora subì forse una punizione peggiore della morte.

Murata viva in una delle torri del castello, con una piccola apertura a fare da tramite tra lei e il mondo esterno, aspettò la fine nel buio e nel tormento di non poter continuare la sua “cura di bellezza”. Aria e cibo passarono attraverso quel buco nel muro finché, nel 1614, dopo quattro anni di segregazione, la prigioniera fu trovata morta.
Esiste anche un’altra versione della morte della contessa: chiusa in un silenzio pieno di sdegno, si racconta che la Báthory spirò imprigionata nella camera da letto buia del castello di Čachtice. Girò voce che si fosse avvelenata, altri dissero che era morta di fame. Di certo la sua famiglia volle dimenticarla in fretta, per mettere subito una pietra sopra gli orribili delitti che infangavano il nome dei Báthory e dei Nádasdy.

Esiste una sintetica descrizione degli ultimi istanti di vita della contessa che amava tanto il sangue. Ci giungono da un parente del conte comandante della spedizione eseguita, il quale apprese la notizia della morte di Elizabeth da un servitore del castello:

“Quella sera la contessa disse al suo servo: Senti come sono fredde le mie mani! E il servo ribatté: Non è niente, mia signora. Andate a coricarvi. Lei andò a letto, prese il cuscino su cui solitamente poggiava il capo, e se lo mise sotto i piedi. Poi si coricò. E spirò in quella stessa notte.”

 Aveva 54 anni. Un’età notevolmente avanzata, per quei tempi.

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