You

Una recensione disincantata

You: distribuita per la prima volta su Lifetime a Settembre 2018, la serie televisiva statunitense è approdata in Italia lo scorso 26 dicembre grazie a Netflix, come un regalo di Natale atteso ma dal retrogusto inquietante.

Mi era stata consigliata un paio di mesi fa da un’amica, che me l’aveva venduta in maniera perfetta: “lei è una scrittrice, lui lavora in una libreria, ci sono un sacco di libri, vedrai, ti piacerà!”

Dopo dieci episodi divorati nei primi sette giorni di questo duemiladiciannove posso affermare che non mi aveva affatto mentito: lei è effettivamente una scrittrice, lui è direttore di una bellissima libreria vecchio stampo nel cuore di New York e ci sono effettivamente tanti libri, compresa una scena in cui si preparano per il lancio dell’ultimo libro di Stephen King.
Tutto il contesto, tuttavia, è stata una vera e propria omissione.

Lui è Joe (Penn Badgley, Gossip Girl). Attento osservatore del mondo che lo circonda quasi alla stregua di un profiler, amante dei libri e abile restauratore di volumi antichi, il bravo ragazzo della porta accanto che accoglie il figlio della vicina quando questa litiga col compagno.
Lei è Guinevere Beck, ma per gli amici solo Beck (Elizabeth Lail, Once upon a Time). Sogna di essere una scrittrice ma si perde vivendo al di sopra delle proprie possibilità, in una routine spalmata in piena vista sui social, una compagnia disfunzionale di amiche ricche, un ragazzo stronzo, un relatore marpione e un foglio bianco che non viene mai riempito.

La nostra storia inizia quando i due si incontrano proprio nella libreria, dove Beck va a comprare un libro aiutata e consigliata proprio dal nostro Joe e no, non sarà una storia d’amore e ossessione come molti articoli che troverete online vogliono farvi credere in maniera quasi romantica. Sarà ben altro, molto altro, abbastanza da tenervi attaccati allo schermo fino all’ultimo episodio.

Il punto di vista: come ti razionalizzo lo stalking

La storia viene mostrata dal punto di vista di Joe, anzi, è proprio lui che ce la racconta. La voce di Joe ci accompagna dalle prime scene della serie. È lui che ci descrive Beck mentre si trova in libreria, anzi, ce ne fornisce un profilo completo anche solo dicendo come è vestita, come si muove, cosa fa e cosa legge. La conosciamo dunque attraverso di lui ancor prima che sia lei a poter aprire bocca. Di certo Joe ne rimane folgorato ma quasi in maniera lucida, calibrata. Lui crede nell’amore e nel grande amore ma, avendo già amato e perduto, non può permettersi di investire sul cavallo sbagliato. Che c’è di sbagliato fino a qui? Nulla, tutti possono rivedersi in questo. Tuttavia, se molti possono darsi allo stalking sfrenato sui social media, pochi si prenderanno la briga di seguire la persona interessata per tutto l’arco della giornata, studiandone abitudini, luoghi di svago e di lavoro, amicizie, relazioni, arrivando anche a violarne l’abitazione. Joe fa tutto questo e se l’inquietudine dello spettatore c’è, ed è presente, viene mitigata dalla razionalizzazione di questi comportamenti, volti a tutelare proprio il cuore di Joe, i suoi buoni propositi e sentimenti. Del resto, lui è un bravo ragazzo pieno d’amore.
Questo stalking sfrenato, argomento su cui i personaggi scherzano in vario modo e in contesti trasversali, presto si trasforma in reale, continua e martellante mania di controllo. Quando infatti Joe riesce a insinuarsi nella vita di Beck monitorandone anche il cellulare, inizia ad alterarne silenziosamente il corso e la qualità. Anche qua lo spettatore si ritrova spaccato in due. Joe compie atti deprecabili e violenti che, tuttavia, hanno una ripercussione in positivo sulla ragazza. Infatti da personaggetto vuoto e insicuro, tutta apparenza e poca sostanza, Beck fiorisce. Tolte le negatività della sua vita, le distrazioni, inserita in un ambiente più consono alle sue aspirazioni, cresce e inizia a scrivere con successo.
Uno dei punti di forza della serie dunque è questo: rendere il mostro ragionevole, quasi un male necessario per ottenere qualcosa di positivo. In ogni caso la violenza insita di certe scene o la loro morbosità sono abbastanza forti per dare uno scossone all’animo e rendersi conto che Joe è delirante, è un pazzo pericoloso. Si finisce nel sangue a più riprese e in una maniera così facile, rapida e surreale, che lo spettatore ne rimane stordito, incredulo, con la sensazione di qualcosa sfuggito inesorabilmente di mano. L’unico pensiero che si riesce a formulare è: no ma che, l’ha fatto davvero?

 

Il carosello dei mostri e delle relazioni abusive

Leggi anche:  Non farei vedere ad un adolescente 13 Reasons Why

Se vedessimo la relazione di Joe e Beck dall’esterno sembrerebbe la storia perfetta. Lui è il bravo ragazzo che fa tutto per lei, che l’aiuta, la sostiene, che è sempre presente e la fa fiorire. Nel quadro, con la sua personalità, Beck dei due è quasi in difetto, l’ingrata. Conoscendola però dall’interno, dal punto di vista di Joe, tuttavia sappiamo che è una relazione malata, che si basa su una manipolazione totale della realtà, sulla creazione artificiosa di situazioni che hanno permesso la nascita di una storia che altrimenti non sarebbe mai potuta essere.
Il telefilm oltre a loro, a questa perfetta apparenza, ci offre però una bella rassegna di relazioni abusive, dalle più subdole alle più evidenti, come se volesse dirci che i mostri ci sono e sono molto più reali e tangibili di un Joe che sfocia quasi nel surreale e improbabile.
Il mostro più evidente, più immediato e familiare, è sicuramente Ron, il compagno di Carla, madre single vicina di casa di Joe. È il classico uomo violento, spesso ubriaco, che si fregia del proprio ruolo di guardia giurata per avere potere e credibilità. Abusa della donna che non è in grado di ribellarsi e che giustifica i maltrattamenti come “cadute dalle scale”, condannando a quella vita di violenza anche il figlio Paco che la subisce di riflesso.
Più subdola è Peach, l’amica storica di Beck, verso la quale nutre un attaccamento morboso. Peach è la versione realistica di Joe, potremmo dire “sana”, se viene concesso il termine: è pazza, ma non passa mai quel confine. È infatti una manipolatrice affettiva, sa che Beck è una ragazza insicura e usa la cosa per rendersi un suo punto di riferimento, sfrutta l’affetto per legarsela a doppio filo. Peach non vuole che Beck fiorisca e infatti fa di tutto perché ciò non accada: solo così potrà tenerla sempre con sé. Di fatto, Peach è sicuramente una compagnia tossica, sulla carta quasi più “dannosa” di un Joe e sicuramente più “diffusa”. Di Peach c’è pieno il mondo.
L’ultimo “mostro” è Benji, il fidanzato di Beck a inizio serie. Nel carosello, lui è sicuramente la persona più innocua. E’ un ragazzo ricco, viziato, drogato, con un segreto oscuro ma in fin dei conti è davvero solo uno stronzo campato in aria, una figura insulsa, un bullo come se ne incontrano ovunque e in ogni fase della vita.

Leggi anche:  Sulla mia pelle - il film sul caso Cucchi.

Di contro a tutto questo, però, ci viene proposta quasi in sottofondo l’unica relazione vera, casuale, d’elezione: quella tra Blythe, collega talentuosissima di Beck, e Ethan, dipendente della libreria di Joe. Nella New York popolata da pazzi sociopatici, i due riescono a creare un nido d’amore, affiatamento e tanta passione per la letteratura. Seguono l’istinto senza pensare a tutelarsi o controllare l’altro, vivendo la loro storia genuinamente e con tutti i rischi del caso.

Paco e l’eredità di Joe

Durante la serie conosciamo a spezzoni il passato di Joe. Abbandonato a se stesso da ragazzino per via di genitori che sono il riflesso di Carla e Ron, viene preso sotto l’ala da Mr Mooney, il proprietario della libreria di cui da adulto diventerà il responsabile. L’uomo gli trasmetterà l’amore per i libri e anche l’arte del restauro, che avviene in una “gabbia” di vetro nello scantinato del negozio, sigillata e con una temperatura adatta alla conservazione di volumi antichi. Mooney tuttavia è ben lontano dall’essere il mentore gentile e comprensivo che tutti vorrebbero, perché spesso educa Joe con la violenza, rinchiudendolo in quello spazio di lavoro, o insegnandogli che spesso compiere atti illeciti è la cosa giusta da fare.
Così, episodio dopo episodio, in maniera forse più morbida, Joe fa lo stesso con Paco, il figlio di Carla. Lo prende con sé, gli trasmette l’amore per i libri, gli mostra la gabbia e il restauro. Diventa il suo punto di riferimento, spesso fallibile ma comunque presente.
Se da una parte Paco ha Joe, dall’altra viene continuamente esposto a una madre incapace di agire e a un Ron violento, e questo lo costringe ad evolversi nel corso della storia. Se inizialmente infatti scappa, poi cerca una via onesta per cercare di liberarsi di Ron, alla fine approda all’unico metodo che conosce e che sa funzionare: la violenza, per quanto goffa e figlia della disperazione.
È in questo momento che Joe diventa Mooney, e Paco diventa Joe, in un passaggio di testimone che affonda nell’animo di Paco in maniera decisiva e indelebile, legato da azioni malevole ma giustificate. Così, tra flashback e vita vissuta insieme allo spettatore, la serie ci mostra ancora come nasce un mostro e quanto alla base sia stato lui una vittima e lo sia ancora.

Leggi anche:  Il Viaggio che termina troppo presto: la recensione di Love Death & Robots

 

Quel che rimane

Quelli presentati sono solo alcuni dei personaggi della storia, che è invece infarcita di tante personalità che mostrano sfaccettature varie dei personaggi, e tutte spesso in negativo. La stessa Beck infatti, per quanto vittima dei deliri di Joe, è un personaggio controverso, che anziché denunciare un professore molesto come le viene suggerito da altri, preferisce ricattarlo. E’ veramente di poco spessore ma del resto, se così non fosse stata, una Peach non l’avrebbe mai legata a sé e un Joe non avrebbe potuto renderla un oggetto di suo interesse da plasmare e far crescere. La gabbia dei libri è essa stessa un personaggio: custodisce storie su carta, ma anche storie e segreti di personaggi. Diventa una prigione ma anche un rifugio, un luogo di espiazione, di meditazione, morte e rinascita. E’ una zona franca, completamente fuori dalla realtà e dal tempo, ponte tra passato e presente.
La stessa apparenza è una colonna portante, la realtà alterata, l’autoinganno, i social. Gli eventi cambiano e perdono di significato a seconda di come vengono proposti e mostrati, così le percezioni e le opinioni vengono manipolate. È proprio qua che si arriva a toccare la parte più surreale e meno credibile di You, ovvero il protagonista che riesce a farla franca sempre, se non con un investigatore privato che sembra meno deficiente di tutto il corpo investigativo di New York, ma che comunque non risulta abbastanza attivo e incisivo.
In questo mondo di immagine distorta e priva di sostanza, personaggi come Ethan e Blythe passano in secondo piano, e una Karen, reale e solida, di principio, non solo non mette radici ma esce di scena e con dignità.

Una nota a margine prima delle considerazioni finali invece, riguarda la scelta di sovrapporre sullo schermo, quello del cellulare con le conversazioni e le visioni dei vari social, rendendo lo spettatore partecipe in tempo reale delle scoperte del protagonista.

 

In definitiva You è una serie televisiva che non parla d’amore, ma anzi si maschera d’amore e illude con l’amore. È un viaggio nella mente di Joe dove Joe, per quanto “razionale” e “ragionevole”, non può e non deve essere preso come l’eroe, come il bravo ragazzo, come l’uomo che fa di tutto per la donna amata, a tutti i costi.
Se si tiene questo bene in mente, è una storia assolutamente godibile, piena di colpi di scena ben orchestrati e con una tensione in crescendo che fa proseguire con la visione, anche solo per sapere come andrà a finire. La mia amica aveva avuto ragione anche su questo: credeva mi sarebbe piaciuto, ed è stato effettivamente così.

A proposito del finale: finisce a mio avviso come doveva finire, non delude a tal proposito, ma… La storia non si chiude, gettando le basi per una seconda stagione che getterà luce sul passato del nostro protagonista.

Che dire? Consigliato!