The Long Night, Game of Thrones: oltre il buio c’è di più

Come il Trono di Spade ha raccontato la Lunga Notte

The Long Night, terzo episodio dell’ultima stagione di Game of Thrones, è un argomento al momento caldissimo, che ha portato tanta esaltazione ma soprattutto tante polemiche. Io appartengo a quei fan del Trono di Spade che si alzano alle tre di notte per vederlo in diretta e sarò onesta, in piccola parte ho avuto anche io la mia delusione, ma col senno di poi ritengo sia uno dei migliori episodi mai realizzati. Non entrerò nel merito della trama, dei personaggi o delle loro azioni, né mi metterò a paragonare questa battaglia con altre della storia del cinema o della tv. Vorrei solo raccontarvi questa Lunga Notte per come l’ho vissuta io, per il bello che ho visto nel suo storytelling.

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Attenzione spoiler!

I Dothraki e la faccia di Jamie Lannister

La scena di apertura è, nella mia modesta opinione, quanto di più bello e narrativamente efficace io abbia mai visto. Melisandre accende gli arakh e i Dothraki partono come un’onda di fuoco nella pianura. Sono una moltitudine, la luce nel buio, impressionanti quando vengono mostrati dal punto di osservazione di Jon e Daenerys. Indomiti e feroci, illuminano la lunga notte finché non si abbattono contro un qualcosa che non ci è dato nemmeno di vedere con chiarezza, nonostante le fiamme. La telecamera quindi si sposta, ci fa vedere questa battaglia da lontano. Lo spettatore, come i personaggi in prima linea, è distante, distaccato e soprattutto terribilmente impotente nel vedere le luci spegnersi piano piano. Sono solo lucine, fiammelle, quasi lucciole sulla distanza, e scompaiono una a una fino al ritorno del buio totale. Dalle tenebre, ritornano a Winterfell solo cavalli scossi, una manciata di guerrieri Dothraki che fuggono a piedi in preda a un terrore che non immaginavano nemmeno poter provare, e un Jorah Mormont pesantemente ferito. Tutto è inframezzato dai primi piani delle reazioni dei personaggi in prima linea, dai più composti, a quelli quasi confusi o stupiti, spaventati. Il migliore, a mio avviso, rimane Jamie Lannister: come lo spettatore, anche lui sembra non credere ai suoi occhi, si aggancia fino all’ultima lucina sull’orizzonte e infine è puro sgomento.

È troppo buio!

Abbiamo passato sette stagioni a riempirci la bocca di “Winter is coming” e l’inverno è effettivamente arrivato. Le notti invernali sono buie e lunghe e, come se non bastasse, ci è stato insegnato anche che “La notte è oscura e piena di terrori”. È dunque una lotta tra la luce e le tenebre, tra i vivi e i morti. L’episodio non poteva essere altrimenti ed è così che lo volevano i creatori della serie, come si può leggere in molti articoli online. Tolti eventuali problemi di compressione video attribuiti a HBO (io ho riscontrato solo un calo della qualità, non della visibilità) doveva essere un episodio scuro, claustrofobico, realistico. In fin dei conti è una battaglia che avviene in piena notte, senza effettive fonti di luce che non siano quelle del Castello; mettiamoci anche il malus della bufera causata dal Night King, e la visibilità si riduce ai minimi termini.  Ciò che è importante ricordare tuttavia, è che non è solo un problema dello spettatore ma anche dei personaggi: pensate allo scontro accidentale tra i draghi di Dany e Jon. Il non vedere inoltre, o non vedere chiaramente, ci rende spaesati e fa crescere ulteriormente la tensione. Si cercano i personaggi nel mucchio con il fiato sospeso, si prova a riconoscere la loro sagoma in controluce o il colore dei loro capelli. Siamo lì con loro, siamo anche noi un soldato a difesa dei vivi, anche noi non vediamo e ora sappiamo che la notte è davvero piena di terrori. Lo abbiamo non visto nello scontro dei Dothraki. Come la letteratura o il cinema ci insegna, non è il mostro che vediamo che ci fa paura, ma quello che non si vede ma sappiamo che c’è. Questo concetto in questo episodio viene sviluppato in maniera egregia. Quindi prima di fermarsi alla superficialità di uno schermo scuro, o più scuro, cerchiamo di immedesimarci in un soldato, di sentirci parte del contesto. È troppo buio sì, ma un buio che è al tempo stesso realistico e simbolico : la notte avanza, e sta vincendo.

Non solo vivi contro morti, ma esseri umani

L’umanità è qualcosa di estremamente percepibile durante tutto l’episodio. Non è uno scontro tra il cattivo e uomini senza macchia e senza paura che si lanciano a spada tratta nella mischia. Sono uomini e donne che sono consapevoli che potranno morire in qualsiasi momento, eppure non smettono mai di combattere o di provarci. Sono terrorizzati, si vede dai loro occhi, dai loro silenzi che valgono più di mille parole e nessuno è esente. Verme Grigio stesso sente il peso del tutto, così come Melisandre: quando finalmente riesce a incendiare le barricate non ha solo il fuoco negli occhi, ma anche il terrore. Il Mastino che si blocca incapace di agire è tutti noi: non si può sconfiggere la morte, lui lo capisce prima degli altri e si da per vinto con tutto il suo cinismo e i suoi brutti modi. Arya stessa, nella sequenza da film horror nella biblioteca, è preda della paura: è sgomenta, è spaventata anche se continua ad andare avanti con i suoi movimenti così silenziosi, che viene individuata dai wights solo per il rumore del sangue che le cola dalla fronte e picchia a terra. Sono tutti umani e, come tali, soffrono una stanchezza infinita: se continuano a lottare,  a un certo punto, non è più per difendere i vivi ma per istinto di sopravvivenza. È una battaglia estenuante, sfibrante fisicamente e mentalmente, con la mazzata finale data dal Night King che rianima tutti i cadaveri sul campo di battaglia, rendendo vano ogni sforzo. Siamo così il Mastino che si blocca, ma anche Sam che piange  quando Jon lo ignora per un nemico che non riuscirà mai a raggiungere.
Nelle cripte la situazione non è diversa. Sentono la battaglia, rimangono immobili anche quando bussano alla loro porta tra le urla. Sono topi in trappola quando risorgono i morti, e lo sguardo di Tyrion e Sansa racchiude un mondo.

Il Silenzio

Ho visto l’episodio tre volte e solo alla terza visione mi sono resa conto di quanti pochi dialoghi ci siano, con il più importante che si riassume con il “Not Today”. È un episodio fatto di grandi silenzi, di rumori di battaglia, di urla, di versi inumani. Il tempo dei dialoghi è finito, non c’è spazio neppure per le ultime parole. Beric Dondarrion, dopo aver fatto da scudo come un Cristo in croce, se ne va con una frase inespressa, così come Jorah. C’è quel prendere fiato per articolare qualcosa che troverà realizzazione solo nell’esalazione dell’ultimo respiro. I personaggi dialogano tra loro con sguardi, o in una danza di lame per difendersi a vicenda. Non si avverte l’assenza della parola, la comunicazione va ben oltre la voce. Così come il Night King che guarda un Bran calmo e impassibile, e sembra quasi stupito per come inclina appena la testa. O come Arya e Bran che si guardano nel silenzio con l’aria ancora vibrante dell’evento appena accaduto, in una reazione globale che si spande come un’onda concentrica.  Negli ultimi istanti, infine, chi ci prende per mano e ci accompagna tra gli eventi e nelle emozioni dei personaggi è Ramin Djawadi con il suo tema “Night King”: quasi nove minuti di pacata e quasi rassegnata epicità, con quel crescendo di luce e ombra che sa di riscatto, di liberazione, di una vittoria agognata ma che porta con sé tante perdite.

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Davide e Golia

Una menzione speciale e doverosa va alla piccola Lyanna Mormont che ha voluto a tutti i costi rimanere coi suoi uomini durante la battaglia. La vediamo con la sua armatura semplice, senza forme per lei ancora bambina, che urla di aprire o chiudere i cancelli come il più grande condottiero, finché non irrompe il Gigante. È grande, grosso, le persone scappano, ma lei rimane a fronteggiarlo anche se viene spazzata via. Come se non bastasse la Lady dell’Isola dell’Orso si rialza in piedi e, urlando, si scaglia contro un nemico più grande di lei che l’afferra e la stritola; è con le sue ultime forze che gli pianta l’ossidiana nell’occhio, uccidendolo e morendo a sua volta.
Lyanna e il Gigante sono l’emblema di tutto l’episodio. I pochi vivi contro un esercito infinito di non-morti, Arya Stark piccola e silenziosa che vola contro il Night King, la speranza contro la fine inevitabile, una testardaggine e un coraggio tutti umani anche fino all’ultimo momento. Noi siamo il Mastino, ma vorremmo essere Lyanna.

In conclusione, per quanto questo terzo episodio di Game of Thrones possa aver avuto i suoi difetti o le sue mancanze, e possa essere stato criticato per mille ragioni diverse, per me personalmente è stata una lezione vera e propria sul come raccontare una battaglia di questo tipo e difficoltà. Azione, confusione, smarrimento, claustrofobia, silenzio e una carrellata infinita di emozioni umane.
Oltre il buio c’è molto di più e, per chi fosse interessato, lascio il link di Game Revealed!