Leonarda Cianciulli- La saponificatrice di Correggio

Oggi parliamo di Leonarda Cianciulli: la saponificatrice di Correggio

Continua la rubrica sui serial killer più famosi della storia, oggi parliamo di Leonarda Cianciulli: la saponificatrice di Correggio

Leonarda, ultima di sei figli, nasce a Montella, un piccolo paese dell’Irpinia, dall’unione di Mariano Cianciulli, allevatore di bestiame, con Serafina Marano, una vedova con altri due figli che l’aveva sposato in seconde nozze.

Si narra che la bella madre, ancora quattordicenne, fosse stata costretta dai genitori a prendere in marito un giovane, tale Salvatore Di Nolfi conosciuto durante un viaggio in carrozza di ritorno dal collegio di suore di Firenze, poiché questi l’aveva rapita e violentata; tuttavia la vicenda della successiva gravidanza indesiderata, dalla quale sarebbe nata Leonarda, è solamente il frutto della fantasia contagiosa di scrittori e giornalisti, in quanto Leonarda è l’ultima figlia e non la prima.

Da bambina Leonarda soffrì d’epilessia; risulta però tutt’altro che veritiera la storia di un’infanzia infelice, sebbene lei stessa racconti:

«Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla.» 

(Giovane Leonarda Cianciulli)

Nel 1917, all’età di 23 anni, sposa Raffaele Pansardi, originario di Lauria, allora impiegato al catasto di Montella, in aperto contrasto con i familiari che avevano individuato per la sposa, com’era consuetudine all’epoca, un altro marito che le era anche cugino.

La Cianciulli, nel suo memoriale, racconta di essere stata maledetta dalla madre alla vigilia delle nozze e d’aver perciò troncato ogni rapporto con lei: un fatto che segnò profondamente la personalità della futura assassina.
La giovane coppia va a vivere dal 1921 al 1927 a Lauria, in provincia di Potenza, e successivamente a Lacedonia. Proprio nel 1930 il terremoto del Vulture è il pretesto che gli sposi adoperano per trasferirsi a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, al terzo piano di una casa in corso Cavour 11.

(Comune di Lauria oggi)

È possibile che si tratti di un modo per sottrarsi ad un ambiente prevenuto; infatti già a Lauria, così come a Montella prima e a Lacedonia dopo, la giovane Leonarda Pansardi era nota ai compaesani come donna di facili costumi, disonorata, impulsiva, ribelle all’autorità maritale e dedita alla millanteria e alla truffa. Prova ne sono le precedenti condanne del 1912 (per furto, quando aveva solo 18 anni) e 1919 (minaccia a mano armata di pugnale) a Montella e del 1927 inflìttale nel paese lucano; qui la Cianciulli fu processata e condannata per truffa continuata a dieci mesi e quindici giorni di reclusione, scontati poi nelle carceri di Lauria e Lagonegro, e 350 lire di multa poiché aveva raggirato una contadina del posto dalla quale s’era fatta consegnare denari e oggetti di valore di diverse migliaia di lire; inutile fu il tentativo del suo avvocato difensore di farle riconoscere il beneficio del vizio parziale di mente.

In Emilia, il marito continua a lavorare come impiegato all’Ufficio del Registro, col modesto stipendio di 850 lire al mese, a malapena sufficiente per mantenere decorosamente moglie e figli. La Cianciulli, a suo dire, si organizza per risollevare le sorti della famiglia: beneficiando anche dei risarcimenti devoluti alle vittime del sisma, ha avviato un piccolo ma fiorente commercio di abiti e mobili.

Secondo il memoriale della Cianciulli, sua madre aveva pronunciato contro di lei una maledizione in punto di morte che le augurava una vita piena di sofferenze. Come se ciò non bastasse, anni prima una zingara le aveva fatto una terribile profezia, la cui prima parte recitava:

«Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi.»

Secondo Leonarda uccidere era un modo per allontanare gli spiriti maligni che la seguivano al seguito della maledizione ricevuta dalla Zingara.

Rinchiusa nel Manicomio Giudiziario di Aversa dice :
«La legge mi ha condannato, ma non mi importa di questa condanna. Cioè, farmi l’ergastolo, l’incarcerazione, ma che m’interessa a me, mi interessano i figli. (dicendo questo si porta le braccia al petto, quasi potesse abbracciarli) Eh cari miei, se anche a voi moriranno 13 figli, non solo fareste ciò che ho fatto io. Una madre solo può comprendermi, la legge mai, neanche la gente mi ha compreso.»

La predizione (sempre secondo il memoriale) fu veritiera: le sue prime 13 gravidanze finiscono con 3 aborti spontanei e 10 neonati morti nella culla. Solo dopo l’intervento di una “strega” locale, Leonarda riesce finalmente a portare a termine la prima e poi altre tre gravidanze. Questi quattro bambini diventano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo.

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Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’unica figlia femmina, Norma, frequenta ancora l’asilo delle suore; i due maschi più giovani, Bernardo e Biagio, sono rispettivamente militare di leva e studente ginnasiale, mentre Giuseppe, il più grande e il più amato, nonostante sia iscritto a Lettere all’Università di Milano, corre il rischio di essere richiamato al fronte. Al solo pensiero di tale sorte per il figlio prediletto, Leonarda, secondo le sue parole, sarebbe caduta preda dello sconforto. Memore dell’intervento magico compiuto anni prima della strega, e andato a buon fine, Leonarda trova ben presto la soluzione al suo problema: la magia, prendendo così una drastica decisione: fare sacrifici umani in cambio della vita del figlio.
Così si legge infatti nelle sue memorie:

«Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera… per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli.»

Mentre a Lauria aveva avuto una cattiva nomea presso i compaesani, a Correggio Leonarda è giudicata al massimo una persona eccentrica, ma è benvoluta e stimata da tutti, considerata una persona affidabile, una madre esemplare e – siamo negli anni del Ventennio – una fervente fascista. Accoglie in casa sua molte persone che intrattiene con aneddoti e cui offre dolci che ama cucinare; in particolare riceve spesso tre donne, tutte sole e non più giovani, insoddisfatte della routine di paese e desiderose di rifarsi una vita altrove: approfittando di questo loro desiderio, Leonarda le attira nella sua trappola.

(Casa della Cianciulli a Correggio)

Ermelinda Faustina Setti

(Ermelinda Faustina Setti)

La più anziana delle sue vittime, la prima a finire nel pentolone della Cianciulli, è Faustina Setti detta “Rabitti”. Si tratta di una donna di settant’anni, semianalfabeta ma inguaribile romantica, che Leonarda attira con l’assicurazione di averle trovato un marito a Pola. Leonarda la convince inoltre a non parlare a nessuno della novità, per evitare invidie e maldicenze; il giorno della partenza Faustina si reca a casa dell’amica, per farsi dare le ultime istruzioni e per farsi scrivere da Leonarda una lettera da spedire alle amiche appena giunta a Pola, nonché per firmare a Leonarda una delega per gestire i suoi beni. Ma il viaggio è destinato a non cominciare mai: Leonarda, infatti, uccide l’anziana donna a colpi di ascia, poi ne trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino. Come ella stessa scriverà nel memoriale redatto in carcere:
« Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io. »

 

Francesca Clementina Soavi

(Francesca Clementina Soavi)

La seconda vittima, un’insegnante d’asilo di nome Francesca Clementina Soavi, a cui Leonarda aveva promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza, cade nella trappola il 5 settembre 1940: per stornare i sospetti più a lungo possibile, Leonarda la convince a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell’assenza e a spedirle da Correggio, per evitare di far conoscere la sua destinazione, almeno fino a quando non sarebbe stata sicura di aver ottenuto il posto. Il copione si ripete: dopo averla uccisa, Leonarda ruba i pochi soldi della vittima e, con il permesso che costei le aveva concesso prima di morire, si fa carico di vendere tutte le sue cose e si tiene la somma guadagnata. Il figlio Giuseppe va a Piacenza a spedire le lettere della vittima. Leonarda non può ancora saperlo, ma Francesca non ha mantenuto la promessa di tenere la bocca chiusa sul suo imminente trasferimento: una vicina di casa, infatti, è a conoscenza della sua destinazione, ma non si fa avanti e la vicenda viene dimenticata, anche perché la scomparsa di una sola donna si somma alle centinaia di morti che la guerra provocava ogni giorno.

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Virginia Cacioppo

(Virginia Cacioppo)

La terza vittima è la cinquantanovenne Virginia Cacioppo (Reggio Emilia, 17 giugno 1881 – Correggio, 30 novembre 1940), un’ex soprano di buon successo (dopo aver studiato canto al Conservatorio di Milano ed esordito nella Carmen di Bizet nel luglio del 1904 al Teatro Valli di Reggio Emilia si costruì un cospicuo curriculum, ricevendo notorietà e recitando in opere di Verdi, Puccini e Mozart per lo più in Italia, in Libano e in Egitto anche al fianco di direttori d’orchestra importanti come Emilio Usiglio). Leonarda attira la sua curiosità offrendole un impiego a Firenze come segretaria di un misterioso impresario teatrale, e contemporaneamente la stuzzica ventilandole l’ipotesi di un possibile futuro ingaggio. Di nuovo, le avanza la preghiera di non dire niente a nessuno, ma ancora una volta la promessa viene infranta: Virginia, infatti, si confida con un’amica la mattina stessa della sua “partenza”. Quindi, la poveretta scompare.
Infatti, il 30 novembre 1940 anche la Cacioppo è finita nel pentolone di Leonarda Cianciulli che, in proposito, scriverà più tardi nel suo memoriale:
« Finì nel pentolone, come le altre due (…); ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce.  

«Non ho ucciso per odio o per avidità, ma solo per amore di madre.»

Gli omicidi si svolgono dal 1939 al 1941, e proprio in questo ultimo anno si cominciano a diffondere le voci della scomparsa di tre donne. Tali pettegolezzi prendono corpo e non ricevendo più da tempo notizie della cognata scomparsa (la più nota delle tre, la Cacioppo, già famoso soprano d’opera), la signora Albertina Fanti denuncia ufficialmente le sparizioni al questore di Reggio Emilia, il quale incarica delle indagini il commissario Serrao.

ubito i sospetti ricadono sulla Cianciulli, che aveva intrattenuto rapporti di amicizia con tutte e tre le donne. La Cianciulli respinge tali voci, minaccia di denunciare per ingiuria e assume toni di sfida nei confronti degli inquirenti, cosicché viene arrestata. La Cianciulli aveva avuto la premura di scegliere tre donne sole, senza prossimi congiunti e con cospicui risparmi in denaro, ma nessuno poteva credere che la moglie di un funzionario, alta 1,50 e di 50 chili, potesse macchiarsi di triplice omicidio. Il questore di Reggio Emilia, seguendo le tracce di un Buono del Tesoro appartenente alla Cacioppo presentato al Banco di San Prospero dal parroco Adelmo Frattini, convocò il prete che disse di aver ricevuto il buono da Abelardo Spinarelli, amico della Cianciulli. Lo stesso Spinarelli dichiarò di averlo ricevuto dalla Cianciulli per il saldo di un debito.

S’inizia a sospettare il reato di associazione per delinquere per il coinvolgimento del prete, Spinarelli, la Cianciulli e il figlio Giuseppe Pansardi che più volte, sotto incarico della madre, aveva spedito delle lettere da Piacenza spacciandosi per la vittima che assicurava la sua salute e aveva fatto lavare degli abiti appartenuti alle vittime. Cadono però tali sospetti per l’estraneità ai fatti del prete e di Spinarelli e gli unici sospettati rimangono la Cianciulli e il figlio, che sconterà cinque anni di reclusione per poi essere rilasciato per insufficienza di prove (la madre si prodigò con tutte le sue forze per convincere i magistrati di essere l’unica colpevole).

La Cianciulli davanti al commissario Serrao si dimostra molto reticente e rivela i particolari un po’ alla volta: dirà prima di aver ucciso la Cacioppo d’accordo con Spinarelli, distrutto il cadavere tramite saponificazione e aver gettato i resti nel canale di Correggio, poi confesserà solo dopo lunghi interrogatori di aver ucciso anche le altre due vittime. Davanti all’agente di Polizia Valli, che le domandò che fine avesse fatto fare alle tre donne, lei risponde:

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« Ebbene me le ho mangiate le mie amiche, se vuole essere mangiato anche lei, son pronta a divorarlo […], le scomparse me le avevo mangiate una in arrosto, una a stufato, una bollita. »

e nelle sue memorie aggiunse un inquietante:

« Se sapeste cosa c’era di verità in queste parole…»

Infine per i numerosi elementi che riconducevano alla Cianciulli, il rinomato contegno della Cacioppo (che invece la Cianciulli sosteneva fosse in cerca di un uomo) e i reperti d’ambiente (sangue e dentiera appartenenti alle vittime ritrovati nella casa della saponificatrice), si ritenne certa la colpevolezza della donna.

La Cianciulli allora confessò d’aver ucciso le donne, distrutto i corpi facendoli bollire in un pentolone pieno di soda caustica portata a 300 gradi, creato saponette con l’allume di rocca e la pece greca, disperso i resti nel pozzo nero e conservato il sangue per farlo attecchire al forno e mischiato a latte e cioccolato per farci biscotti. Questi vennero dati da mangiare ai figli, che credeva così di salvare da una morte misteriosa: la Cianciulli si identificava infatti nella dea Teti, perché come Teti aveva voluto rendere i figli immortali bagnandoli nelle acque del fiume Stige, così anche lei voleva salvare dalla morte i figli col sangue delle sue vittime. La Cianciulli fu dichiarata colpevole, quindi, di triplice omicidio, distruzione di cadavere tramite saponificazione e furto aggravato, con la pena di 15.000 lire, trenta anni di reclusione e tre da scontare prima in un ospedale psichiatrico.

(La Cianciulli al processo)

Ascoltata una sua confessione integrale, il 12 giugno 1946 a Reggio Emilia si apre il processo, nel quale emerge un interessante punto di dibattito: mentre l’accusa sostiene, infatti, che Leonarda abbia agito per pura avidità per il denaro delle sue tre vittime, lei s’intestardisce a giustificare i suoi omicidi come un tributo di sangue dovuto alla memoria della madre morta, che le sarebbe comparsa in sogno minacciandola di prendersi le vite dei suoi figli, se in cambio non avesse versato sangue fresco e innocente. La leggenda narra che, durante il processo, Leonarda sarebbe stata portata (di nascosto) in obitorio dove, per provare di aver agito da sola, con l’aiuto di seghe e coltelli, sarebbe riuscita a smembrare un cadavere in solo dodici minuti.

La perizia del professor Filippo Saporito, docente all’università di Roma e direttore del manicomio criminale di Aversa, riesce a convincere la giuria solo della seminfermità mentale dell’imputata, seguendo le teorie di Cesare Lombroso, allora molto in voga (mentre Saporito propendeva per la totale infermità causata da una psicosi-isterica). Il 20 luglio 1946 la Cianciulli viene quindi ritenuta colpevole dei tre omicidi, del furto delle proprietà delle vittime e del vilipendio dei cadaveri, e perciò condannata al ricovero per almeno tre anni in un manicomio criminale e a trent’anni di reclusione.

(Abbraccio tra Leonarda Cianciulli e il figlio Giuseppe)

Gli anni della condanna erano stati ridotti a ventiquattro per la semi-infermità mentale, ma poi riportati a trenta per la continuità del reato; inoltre la giurisprudenza di allora negò anche la premeditazione perché la riteneva incompatibile con la semi-infermità.

Di fatto, la Cianciulli entrerà in manicomio e non ne uscirà più. Muore dopo ventiquattro anni, il 15 ottobre 1970, nel manicomio di Pozzuoli, all’età di 77 anni, per apoplessia cerebrale. Sepolta nel cimitero di Pozzuoli in una tomba per poveri, al termine del periodo di sepoltura, nel 1975, nessuno ne reclamò il corpo e i resti finirono nell’ossario comune del cimitero della città. Una suora del carcere la ricorda in questo modo:

« Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi, che però nessuna detenuta mai si azzardava a mangiare. Credeva che contenessero qualche sostanza magica. »

(Leonarda Cianciulli lavora al suo memoriale in Manicomio)

Il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede, cioè gli strumenti di morte usati dalla Cianciulli per compiere i tre omicidi, sono conservati dal 1949 a Roma nel Museo Criminologico.

(Una delle armi degli omicidi)

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