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Esperimento Carcerario di Stanford

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Nel 2011 pubblicai un articolo diviso in 6 puntate sull'esperimento Carcerario di Stanford, che venne usato come riferimento per girare il film The Experiment. Ve lo ripropongo aggiornato e riformattato.

Le fonti da cui attingo sono il sito ufficiale dell’esperimento e parte della tesi di laurea di un mio conoscente dalla quale estrapolo le parti più interessanti.

Assistenti di ricerca e collaboratori

Carolyn Burkhart, David Gorchoff. Christina Maslach, Susan Phillips, Anne Riecken, Cathy Rosenfeld, Lee Ross, Rosanne Saussotte, Greg White.

Molti di voi avranno visto il film The Experiment ma non tutti sanno che è stato tratto da un esperimento realmente condotto nel 1971 da un team di ricercatori diretti dal Professor Philip Zimbardo.

L’esito fu così drammatico da far sospendere la ricerca dopo appena 6 giorni e da coinvolgere i parenti dei soggetti, avvocati, polizia ed addirittura un prete, ma ci arriveremo a tempo debito.

Tutto inizia quando un gruppo di 70 persone risponde affermativamente ad un annuncio sul giornale che offre 15 dollari al giorno in cambio della partecipazione ad un non specificato studio sugli effetti della vita in prigione.

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Dopo aver sottoposto tutti i candidati a test di personalità al fine di escludere coloro che hanno problemi psicologici, malattie o fatto abuso di droghe ne vengono scelti 24; per la precisione tutti studenti universitari, in piena salute e di ceto medio.
Essi vengono divisi in modo assolutamente casuale (col lancio della moneta) in due gruppi: metà saranno guardie e metà prigionieri. Il fatto che non ci sia alcuna differenza tra le persone nei due gruppi è estremamente importante.

La mattina seguente i prigionieri ricevono a casa propria la visita di un auto della polizia di Palo Alto che li arresta per i crimini più svariati sotto gli occhi sbigottiti dei vicini e vengono condotti nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia di Stanford adibito a prigione.
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L’arresto

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Il Carcere

Per realizzare una prigione il più possibile realistica il Prof. Zimbardo si rivolse ad un gruppo di esperti, incluso un ex detenuto che ha scontato una pena di 17 anni (avrà il suo spazio nella sesta parte dell’articolo).

Oltre alle celle i prigionieri potevano accedere solamente al “cortile” che era un corridoio chiuso da alcune assi ove passeggiare durante l’ora d’aria e per espellere i bisogni corporali venivano bendati per evitare che scoprissero vie di fuga.

Le celle vennero create sostituendo le porte dei laboratori con altre fatte di sbarre d’acciaio, con sopra in bella mostra il numero. Erano così piccole da contenere solamente tre brandine e null’altro, oltre ad un citofono per eventuali comunicazioni contenente un microfono celato, così da spiare le conversazioni dei detenuti. Non c’erano finestre o orologi, una condizione questa che portò in seguito a qualche esperienza di perdita della cognizione del tempo.

Di fronte alle celle c’era “Il Buco”, uno stanzino così piccolo da permettere ad un eventuale “cattivo prigioniero” rinchiuso dentro di stare solamente in piedi.

Nell’approfondimento potete vedere il video degli stanzini prima che fossero adibiti a celle.

L’esperimento è stato ripreso anche nella serie tv “Life”: per la precisione nella quarta puntata della seconda stagione, intitolata “Non per niente”.

L’esperimento è stato citato anche nella serie televisiva “Veronica Mars” per la precisione nella Stagione 3 Episodio 2 “Dietro la porta”.

Guardie e Detenuti
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Le Guardie

Come nella realtà le guardie vennero informate dell’importanza della loro mansione e dei rischi che potrebbero correre, ma (a differenza della realtà) l’unica direttiva che ricevettero fu di fare tutto ciò che ritenevano necessario per mantenere l’ordine e farsi rispettare dai prigionieri. Questo senza prima seguire alcun tipo di corso o addestramento.

Tutte le guardie indossavano una divisa color caco, vennero munite di fischietto e manganello e portavano tutte degli occhiali a specchio.
L’utilizzo degli occhiali a specchio è stato deciso per non far intravedere gli occhi e le espressioni (sintomo di emozioni e quindi di debolezza) rendendo così “inumana e forte” la loro presenza (foto 1).

Ovviamente lo studio comportamentale delle guardie era tanto importante quanto quello dei prigionieri. Ambedue i gruppi si trovavano per la prima volta a ricoprire tali ruoli.
I carcerieri erano divisi in gruppi di tre e si davano il cambio ogni otto ore.

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I Detenuti

Una volta arrivati i prigionieri vennero condotti dal “direttore del penitenziario della contea di Stanford”, che li informò della loro condizione di carcerati e dei propri “crimini” e successivamente vennero perquisiti e cosparsi di una sostanza contro germi e pidocchi (foto 2).

Questa è una procedura utilizzata anche in una prigione del Texas, come documenta questa foto di Danny Lyons.

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Ad ogni prigioniero venne consegnata una uniforme da indossare senza mutande o biancheria intima, con stampato fronte e retro il numero identificativo e da quel momento si sarebbero dovuti riferire alle guardie o agli altri detenuti esclusivamente tramite quello. Non avevano più nome e cognome, solamente un numero, rendendoli così anonimi e causando la conseguente perdita dell’identità, data anche dalla rasatura dei capelli subita qualche istante prima.

Dopo aver indossato tali “uniformi” si riscontrò che i detenuti iniziarono a camminare e a sedersi in modo diverso, più femminile.

Oltre a questo venne applicata una pesante catena con lucchetto alla caviglia destra, gli vennero dati dei sandali di gomma ed un berretto fatto con calze di nylon da donna. Tale catena li opprimeva, e li rendeva consci della propria condizione di prigionieri anche mentre dormivano, perché bastava che si girassero nella branda per farla sbattere sulla caviglia dell’altro piede svegliandoli e ricordandogli l’impossibilità dell’evasione, anche in sogno (foto 3).

Il berretto veniva utilizzato in sostituzione della capigliatura, che a seconda della lunghezza può esprimere il proprio modo di essere. Questa è una pratica eseguita soprattutto nelle carceri militari.
Nella gallery trovate la fotografia di uno dei “detenuti” prima e dopo la rasatura, vi renderete subito conto dell’enorme differenza (foto 4).

I detenuti erano coscienti che avrebbero potuto subire abusi di potere, tagli delle razioni alimentari, violazione della privacy e dei diritti civili, ed avevano firmato il proprio consenso.

I carcerati erano chiusi nelle celle a gruppi di 3.

Nota: altre 24 persone attendevano pronte a subentrare nell’esperimento in caso di necessità.

So che i preamboli son stati lunghi, ma erano necessari per una corretta comprensione dei personaggi in gioco, e del fatto che nulla è stato lasciato al caso. Fin da subito si nota come si cerchi di rendere il più succube possibile ogni prigioniero.

Dal prossimo post (tra un’oretta) inizieremo ad entrare nel vivo dell’esperimento, analizzando i primi fatti che hanno comportato una vera e propria reazione psicologica a catena.

Autorità e Rivolta
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Imposizione dell’autorità

Durante la notte i prigionieri venivano svegliati a suon di fischietto per le conte. Esse servivano per memorizzare il proprio numero identificativo e per imprimere una iniziale imposizione di potere da parte delle guardie.

Inizialmente i detenuti non presero sul serio il proprio ruolo, rivendicavano l’autonomia e schernivano le guardie, che d’altro canto non erano ancora sicure sui metodi da utilizzare per imporre l’autorità.
Qui iniziò una serie di confronti diretti tra guardie e prigionieri.

Ogni qualvolta che venivano trasgredite delle regole o avveniva una mancanza di rispetto (anche verso l’istituzione) come metodo punitivo i carcerieri iniziarono ad imporre delle flessioni ai detenuti.

Inizialmente gli osservatori pensarono ad una “goliardata dai toni bambineschi” assolutamente inappropriata ad un carcere. In seguito informandosi si resero conto che tale metodo di sottomissione veniva utilizzato anche nei lager nazisti.

In approfondimento trovate un disegno di Alfred Kantor, un sopravvissuto all’olocausto.
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Una prima rivolta

Dopo la prima giornata trascorsa senza problemi i prigionieri si barricarono a sorpresa nelle celle bloccando le entrate con le brande, si tolsero i berretti di nylon e staccarono i numeri identificativi dalle uniformi.

Le guardie erano molto tese ed arrabbiate perché (ovviamente) iniziavano a prendersi gioco di loro, senza contare che al cambio del turno la situazione peggiorò, in quanto i compagni del turno successivo li accusarono di esser stati troppo buoni.

Dopo una riunione decisero cosa fare e ciò che accadde ha dell’incredibile: chiesero insistentemente i rinforzi che arrivarono poco dopo. Quelli del turno notturno (appena finito) rimasero a dare manforte e tutti uniti risposero così come concordato.
Presero un estintore (in dotazione alla struttura secondo le norme di sicurezza) ed iniziarono a spruzzare il diossido di carbonio in esso contenuto dentro le celle, fecero irruzione, spogliarono i prigionieri (sempre 9 contro 3) gli tolsero le brande, chiusero i capi della rivolta in isolamento per poi insultare, minacciare e schernire gli altri detenuti rimasti ormai nudi.


La rivolta era sedata ma le guardie non sarebbero potute essere sempre presenti in nove, quindi dovettero pensare a come risolvere il problema, ed ecco l’idea: invece di utilizzare la forza usarono la psicologia, allestendo una cella speciale denominata “La Privilegiata” e concedendola solamente ai tre prigionieri meno coinvolti nella rivolta. Oltre a questo gli concessero altri privilegi come la restituzione di brande ed uniformi, lavarsi e mangiare “cibi speciali” davanti ai compagni, che vennero tenuti a digiuno.

Così facendo riuscirono a distruggere la forza solidale che si era creata tra i prigionieri.
Come se non bastasse dopo mezza giornata trasferirono i tre privilegiati nelle celle normali e presero tre “cattivi” per metterli nella “Privilegiata”.

Si creò la confusione totale tra i prigionieri: i capi della rivolta iniziarono ad accusare coloro che venivano trattati meglio di essere delle spie, mentre perdevano pian piano potere carismatico sugli altri.

Questi metodi vengono utilizzati anche nelle vere carceri, per mettere ad esempio i bianchi contro i neri spezzando di fatto le varie alleanze che si potrebbero creare. Senza contare che in questo modo sfogano tra loro l’aggressività.

Oltre a questo la rivolta dei detenuti creò maggiore solidarietà tra le guardie, ma soprattutto l’esperimento ebbe una brusca svolta: i prigionieri non vennero più ritenuti delle persone partecipanti ad una sperimentazione scientifica, bensì veri e propri agitatori sempre in grado di causare problemi in un qualsiasi momento.

Onde evitare in futuro altre situazioni simili iniziarono a farsi sempre più aggressive, tenendo ogni comportamento o funzione corporale dei detenuti sotto controllo.
Andare in bagno diventò un privilegio concesso, costringendo i prigionieri ad urinare e defecare dentro secchi all’interno della propria cella, addirittura svuotarli divenne un privilegio e come conseguenza tutto l’ambiente iniziò a puzzare di escrementi.

Si accanirono contro il più rivoltoso, il 5041. I ricercatori scoprirono in seguito che si trattava di un attivista radicale e che partecipava all’esperimento perché convinto che volessero scoprire nuove metodologie per tenere sotto controllo le masse studentesche e pensava di vendere tutta la storia ad un giornale.

Comunque sia anche lui si calò al 100% nel ruolo del prigioniero, in quanto controllando una lettera indirizzata alla fidanzata si autodefiniva “leader del Comitato di Rivolta del Carcere della Contea di Stanford”.

Cedimenti e presunta fuga
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Rilascio del primo prigioniero

Il detenuto 8612 iniziò a manifestare disturbi emotivi acuti dopo appena 36 ore.

Pianto incontrollato, pensiero disorganizzato, eccessi d’ira erano solo alcune delle sintomatologie che presentava, ma purtroppo lo stesso Prof. Zambardo si era calato così tanto nei panni di direttore carcerario da pensare che stesse fingendo per uscire.

Uno dei consulenti lo rimproverò di durare troppo poco, dicendogli che i veri detenuti subivano percosse ben peggiori, e gli offrì di diventare informatore “della direzione”, in cambio sarebbe stato trattato bene dalle guardie. Gli dissero di pensarci su e che per ora non l’avrebbero fatto uscire.

Durante la conta successiva il prigioniero 8612 disse agli altri testuali parole (ovviamente in inglese): “Non potete andar via. Non potete interrompere tutto questo”.

Mentre gli altri ebbero ancora di più la sensazione di trovarsi rinchiusi il numero 8612 iniziò ad urlare e sbavare, dando evidenti segni di fortissimo stress che si avvicinavano alla follia.

Solamente dopo un po’ i ricercatori (ormai li chiameremo direttori carcerari) si resero conto che non fingeva e si convinsero a liberarlo per via delle serie sofferenze che provava.

Il primo aveva ceduto dopo sole 36 ore.

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Genitori e conoscenti

Il giorno dopo era giorno di visite. La prigione era in condizioni a dir poco indecenti, di certo non accettabili da persone “esterne” che avrebbero immediatamente portato via i cari da una situazione simile.

La direzione carceraria decise di rendere quel posto il più pulito ed accogliente possibile, misero la musica in filodiffusione, lavò e fece radere i prigionieri e li fece mangiare abbondantemente.

Una decina di persone arrivò a trovare gli ormai 8 prigionieri, e vennero accolte da Susie Phillips, una ex cheerleader di Stanford.

Dopo essersi registrati ed aver atteso mezz’ora (come nelle vere carceri) vennero informati delle regole: ogni detenuto poteva parlare al massimo con due persone non più di dieci minuti e sotto l’occhio vigile di una guardia; inoltre ogni visitatore prima di entrare avrebbe dovuto incontrare il direttore carcerario (il professor Zimbardo) per discutere del caso del proprio parente/conoscente.

Naturalmente tutti protestarono ma vi si attennero, rendendo di fatto genitori ed amici partecipanti attivi (inconsapevoli) all’esperimento.

Alcuni genitori ci rimasero male vedendo le condizioni del proprio figlio ma la loro reazione fu di rivolgersi al direttore carcerario affinché migliorasse le condizioni di permanenza del proprio caro.

Una madre si lamentò rumorosamente delle condizioni del figlio ed il Prof. Zambardo le chiese (dialogo tradotto testualmente):

“Cos’ha suo figlio? Non dorme bene?”.
Quindi chiese al padre: “Non crede che suo figlio possa sopportare tutto questo?”
“Certo che può, è uno tosto, è un leader”, rispose lui. Girandosi verso la madre, le disse “Andiamo tesoro, abbiamo già perso abbastanza tempo”.

 

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Presunta fuga

Casualmente una delle guardie sentì i prigionieri parlare di un complotto per fuggire tutti insieme dopo la visita dei familiari, con l’aiuto del ex prigioniero 8612, che avrebbe riunito alcuni amici per dare supporto d’evasione.

La cosa interessante è il cambio di atteggiamento che hanno gli studiosi. Se si fossero comportati da psicologi sociali sperimentali si sarebbero attenuti alla registrazione degli eventi, invece sentendosi ormai direzione carceraria si preoccuparono per la sicurezza della prigione. Notare come non parlano e non ragionano più da professori.

Si incontrarono in tre: il Direttore della prigione, il Supervisore e uno dei luogotenenti (Craig Haney) per programmare come sventare la fuga.
Decisero di mettere una talpa nella cella prima occupata dal prigioniero 8612, così da essere informati tempestivamente di tutte le novità riguardanti il piano di fuga.

Addirittura il professor Zambardo si recò presso i l Dipartimento di Polizia di Palo Alto, chiedendo al capo il permesso di trasferire i detenuti provvisoriamente nelle celle reali, quelle del carcere vero.

Naturalmente la richiesta venne respinta, sia per cause di assicurazione della prigione sia perché, diciamocelo chiaro, non potevano prestare delle celle vere con poliziotti veri per una simulazione.

Ecco quindi che scatta il piano B: subito dopo la visita dei parenti mettere dei sacchi in testa ai detenuti, legarli e spostarli altrove, demolire la prigione fino all’irruzione dell’ex detenuto 8612.

Una volta entrato avrebbe trovato solamente il direttore del carcere ad aspettarlo che l’avrebbe informato della fine dell’esperimento, dicendogli che tutti gli altri sono già a casa. Vedere le celle smontate l’avrebbero convinto del tutto.

Successivamente avrebbero rimontato tutto e raddoppiato le misure di sicurezza. Anzi già che c’erano avrebbero potuto anche rinchiudere nuovamente il numero 8612 per ciò che aveva architettato.

Mi pare ovvio che la situazione era completamente sfuggita di mano, anche i docenti ricercatori avevano perso il contatto con la realtà.

Mentre il direttore carcerario stava li, seduto ad aspettare il “gruppo di guerriglia rivoluzionaria”
arrivò un suo collega (Gordon Bower) che aveva saputo dell’esperimento ed era curioso di sapere come procedeva. Dopo una descrizione della situazione Lui si limitò a chiedere (testuali parole tradotte):

“Dimmi, qual è la variabile indipendente in questo studio”?

Riporto dal diario tradotto del Prof. Zambardo:

Con mia sorpresa, mi scoprii arrabbiato con lui. Dovevo far fronte da solo ad una possibile fuga di massa, la sicurezza dei miei uomini e la stabilità della mia prigione erano in gioco e, invece, dovevo occuparmi di questo sensibile, liberale, logoro accademico che stava lì a preoccuparsi della variabile indipendente! Solo molto tempo dopo mi resi conto di quanto, a quel punto dello studio, fossi entrato a piè pari nel mio ruolo: stavo ormai pensando come un responsabile di prigione piuttosto che come un ricercatore sociale.

L’irruzione non avvenne, e la frustrazione della direzione carceraria e dei guardiani ebbe pesanti ripercussioni sui detenuti.

Esperimento carcerario Stanford

La pressione e le umiliazioni sui prigionieri crebbero a dismisura, vennero obbligarli a pulire il water con le mani e a togliere le incrostazioni dei loro secchi con le unghie, le flessioni divennero incessanti, ogni motivo era buono per farli pompare. Le conte adesso duravano anche diverse ore.

Il prete e il quarto giorno

Il direttore della prigione decise di invitare un prete che fu cappellano di un vero carcere, per capire se la situazione attuale fosse realistica e comparabile con quella di una vera prigione.

Il prete parlò singolarmente con ogni detenuto: interessante il fatto che essi si presentassero col numero e non col nome. Anche d’innanzi ad un prete!

Alla fine di ogni colloquio il cappellano chiedeva al detenuto cosa stesse facendo per uscire da li, spiegandogli che il modo era quello di contattare un avvocato e si offrì di comunicarlo ai genitori affinché pensassero loro a rivolgersi ad un legale.

Se da un lato il prete diede una speranza dall’altro contribuì ancora di più all’immedesimazione (come se a questo punto ce ne fosse ancora bisogno) nella realtà carceraria, assottigliando ulteriormente il confine tra finzione e realtà.

La sua presenza aumentò la sensazione di incertezza in tutte le pedine di questo gioco: carcerati, guardie e direzione. Da un lato erano convinti del proprio ruolo, dall’altro si rendevano inconsciamente conto della perdita di contatto con la realtà.

Il prigioniero 819

Fu l’unico che si rifiutò di parlare col prete, chiedendo di parlare con un medico. Il direttore carcerario lo convinse a parlare col cappellano dicendogli che successivamente l’avrebbe fatto visitare.

Durante il colloquio egli scoppiò a piangere in maniera isterica, esattamente come i due soggetti che avevano mollato, quindi il direttore gli tolse il cappello, la catena e gli consigliò di riposarsi nella stanza li vicino, mentre attendeva del cibo e la visita medica.

Mentre il numero 819 si apprestava a rilassarsi si udì una guardia gridare ai detenuti di ripetere (testo tradotto in italiano):

“Il prigioniero 819 è un pessimo prigioniero. A causa di quello che il prigioniero 819 ha fatto, la mia cella è un letamaio, signor agente di guardia”.

E si udirono tutti i detenuti ripetere la frase più e più volte.
Il professore (qui credo sia il caso di chiamarlo così, non direttore carcerario) si precipitò nella stanza ove si trovava il numero 819 che era rannicchiato in un angolo singhiozzando in maniera incontrollabile.

Zimbardo gli disse di andare via, di non continuare l’esperimento ma il detenuto 819 lo interruppe sostenendo che se avesse fatto così gli altri avrebbero continuato a credere che non era un bravo carcerato e che sarebbe dovuto tornare li dentro per dimostrare che non era vero.

Riporto dal diario tradotto del Professore:

A quel punto dissi: “Ascolta, tu non sei il numero 819. Tu sei [il suo nome], e io sono il dottor Zimbardo. Sono uno psicologo, non un responsabile di una prigione, e questa non è una vera prigione. E’ solo un esperimento, e quelli sono studenti, non prigionieri, proprio come te. Andiamo”. Improvvisamente smise di piangere, guardò in alto verso di me con l’espressione di un bimbo svegliato da un incubo, e rispose “Ok, andiamo”.
Philip Zimbardo
Professore, ricercatore
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Quarto giorno, la commissione

Il quarto giorno fu quello della commissione rilascio.
Nelle carceri esiste tale commissione che con cadenza annuale esamina le richieste di scarcerazione dei vari detenuti.

Essa era formata da segretari del Dipartimento di Psicologia e laureandi assolutamente sconosciuti ai detenuti ed era diretta dall’ex detenuto (reale) di cui ho parlato nel primo articolo di questa serie.

Prima nota rilevante

Tutti i prigionieri risposero affermativamente alla richiesta di rinuncia dei soldi in caso di abbandono della ricerca.

Seconda nota rilevante

Alla fine dei colloqui i detenuti vennero invitati a tornare in cella in attesa della decisione. Essi ubbidirono ed attesero, anche se avrebbero potuto semplicemente andarsene, in quel preciso momento.

Ormai, in soli quattro giorni, erano divenuti incapaci di opporsi in quanto la percezione della realtà era cambiata e non consideravano più il tutto come un esperimento. Loro stavano DAVVERO vivendo in un carcere e solamente la commissione avrebbe potuto concedere un rilascio.

Non solo. Anche il vero ex detenuto (vedi primo episodio) ebbe un crollo psicologico al pensiero di ciò che era diventato immedesimandosi (seppur per qualche ora) nell’ufficiale con potere decisionale di libertà sugli altri. Quello stesso potere che anno dopo anno (sedici) gli negava il rilascio.

Atto di ribellione e conclusione
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Ribellione 416

Il prigioniero 416 era appena stato integrato nell’esperimento, quindi non aveva assistito a tutte le (sempre più disumane) molestie descritte negli articoli precedenti.

Subito provò orrore per quelle persone rinchiuse che cercavano di spiegargli che non si trattava di un esperimento bensì di una prigione reale, dalla quale non si poteva fuggire e che il potere decisionale era completamente in mano alle guardie meritevoli di rispetto.

Egli reagì intraprendendo uno sciopero della fame, convinto che in questo modo sarebbe stato liberato (infondo si trattava solamente di un esperimento) e per tutta risposta le guardie lo sbatterono in isolamento per diverse ore. Ricordo che il limite consentito ammontava ad una sola ora.

Nonostante questo egli continuò a rifiutare gli alimenti  ed anche se chiunque l’avrebbe riconosciuto come eroe gli altri detenuti fecero il contrario: lo considerarono un piantagrane in cerca di guai.

Vista la situazione i carcerieri fecero la loro mossa: dissero ai detenuti che l’avrebbero tirato fuori dal “buco” solamente se gli altri avessero rinunciato alle proprie coperte.
Tutti rifiutarono, lasciando il compagno in isolamento. Venne liberato solamente più tardi riconducendolo in cella.
Il ribelle era rimasto solo.

Conclusione dell’esperimento

La sera del quinto giorno i parenti riferirono al Professor Zimbardo di essere stati contattati da un prete (vedi capitolo 5) e di aver assunto un avvocato, che si presentò nell’ufficio del carcere il giorno seguente per porre ai prigionieri tutte una serie di questioni di natura legale.

Come potrete immaginare il “Direttore Carcerario Zimbardo” decise di concludere l’esperimento, anche alla luce del fatto che i soggetti presentavano patologie ormai estremamente evidenti ed il livello di sadismo delle guardie era salito oltre il limite umanamente tollerabile.

Nota

Nessun guardiano si ritirò prima della conclusione dell’esperimento, fece mai ritardi o chiese compensi extra (dicesi straordinari) per il lavoro svolto fuori dalle tempistiche del proprio turno.

Gli abusi si intensificavano di notte, cioè quando i carcerieri credevano di non essere osservati, arrivando a compiere addirittura abusi di carattere pornografico.

Si era arrivati al punto di far fare la doccia ai detenuti tutti insieme, nudi, con un sacchetto in testa, la mano sulla spalla dell’uomo di fronte a se e con le gambe incatenate l’una all’altra.

Su oltre cinquanta persone che visitarono la prigione l’unica a dichiarare intollerabile la situazione fu la Dottoressa Christina Maslach: cioè la donna che in futuro sposerà il prof. Zimbardo.

Il giorno successivo, il sesto (20 agosto 1971) l’esperimento venne dichiarato concluso.

Sesto giorno e conclusioni

Nel sesto ed ultimo giorno ci furono una serie di colloqui con le guardie, con i detenuti e con guardie detenuti e staff tutti insieme, al fine di raccogliere le testimonianze e di compiere un percorso di rieducazione morale divenuto ormai indispensabile.

Due mesi dopo la fine dell’esperimento arrivò al professore la relazione del detenuto 416 che secondo me riassume benissimo ciò che fu questo esperimento. La riporto tradotta:

Cominciai a rendermi conto che stavo perdendo la mia identità, che la persona che chiamavo Clay, la persona che mi condusse in questo posto, la persona che si offrì volontaria per entrare in questo carcere – perché per me era un carcere e lo è ancora – era lontana da me, così lontana che alla fine non aveva più nulla a che fare con me, io ero il 416. Ero il mio numero. Non lo considero un esperimento o una simulazione ma una prigione gestita da psicologi invece che dallo stato”.
Mock Guard
Detenuto 416
 

Con questa testimonianza si chiude la serie di post dedicata all’esperimento carcerario di Stanford, tenuto dal Prof. Zimbardo, spero che vi abbia allietato la lettura. Il prossimo “Esperimento Scientifico Estremo” riguarderà l’amore materno e le scimmiette del Dottor Harry Harlow.

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William J

Ho aperto Mente Digitale nel 2006 e mi rappresenta in ogni sua trasformazione. Dirigo una web agency milanese, colleziono fumetti, seguo anime dai tempi dei vecchi robottoni e divoro serie tv in lingua originale. Su Lega Nerd sono autore di livello 36, con più di 300 articoli pubblicati. La frase che preferisco è: "La cultura è il nostro passaporto per il futuro. Il domani appartiene alle persone che si preparano oggi" - Malcom X