Mente Digitale

In difesa di Pokémon Go

Tempo di Lettura: 6 minuti

[pullquote]Trent’anni di passione e non sentirli.[/pullquote]

Ben lungi dall’essere un “fenomeno del momento”, Pokémon è per molti uno stile di vita oppure, agli antipodi, un fenomeno a cui dedicare qualche minuto o ora al giorno, a seconda delle disponibilità dell’appassionato. Trent’anni di passione e non sentirli: e come chi è più curioso o ferrato nello studio degli etimi saprà, la parola “passione” contiene un’indicazione piuttosto severa al verbo latino “pati”, ovvero “soffrire”. Patire. Ed è proprio ciò che molti gamer (in generale, ma limitiamoci qui di seguito ai semplici giocatori di Pokémon e Pokémon Go) devono sperimentare nel corso delle loro vite, soffrendo per gli altrui gratuiti giudizi.

E’ quanto si evince dalle cronache ogniquavolta viene sfornato un videogioco che, per ragioni di immediatezza e spensieratezza, doti non sottovalutate da chi vuole avere per le mani un buon passatempo, riesce a “catturare” il popolo dei gamer esattamente come oggi per le strade o in casa catturiamo Pokémon. Che potranno essere pure creature digitali -come tanti ‘esperti’ fanno notare- ma al di là della loro virtualità potrebbero essere veicolo di valori importanti da trasmettere a giovani e meno giovani. Non a caso tutto il franchise fa leva, anche per quanto riguarda la relativa serie animata, a qualità quali il perdono reciproco, l’importanza di “sbattere la testa” e non fuggire da qualcosa che ci preoccupa o tormenta, alla necessità di coltivare una passione con orgoglio- valori che però non sempre vengono recepiti da tutti, in quanto troppo ossessionati e obnubilati dal criticare il gioco in quanto gioco in sé.

Pokémon Go è innanzitutto impostato su una struttura collaborativa, che dovrebbe premiare, oltre allo sforzo e alla costanza individuale, alla capacità di restare focalizzati su un obiettivo per lungo tempo fino al raggiungimento di traguardi progressivi, il lavoro di squadra. Non a caso, il titolo ci propone 3 Team a cui aggregarci, e con i quali si suppone la comunicazione, favorita da app third-party ma anche dagli strumenti integrati nel gioco, sia proficua e possa eventualmente anche trascendere in argomenti non inerenti il gameplay di Pokémon Go.

Ora, mi domando – leggendo le critiche di alcuni presunti commentatori che si ritengono sovente infusi di esperienza necessaria a criticare coerentemente ed obiettivamente un fenomeno, un trend o semplicemente un comportamento- quanti di costoro, spesso adulti, abbiano realmente preso in mano un videogame dalla struttura complessa (potremmo parlare di un qualsiasi Assassin’s Creed o di un Zelda a caso, ma gli esempi sono innumerevoli), ne abbiano eviscerato i punti fondamentali, le storie di background, il contesto storico, i riferimenti culturali, gli upgrade a livello tecnologico (pertanto scientifico) occorsi a realizzare determinate atmosfere in-game. Che il videogioco contribuisca allo sviluppo della tecnologia, delle performance hardware (multimediali e non solo) e delle comunicazioni dovrebbe essere palese. Purtroppo non lo è per tutti, soprattutto per chi tende a demonizzare gli aspetti di un gioco che, pure non incarnando elementi di complessità assoluta (da cui bisognerebbe comunque partire per formarsi, come spesso si dice, una cultura sul fenomeno in questione, e non parlare a vanvera), è riuscito a portare la Realtà Aumentata nella vita quotidiana, e con strepitoso successo e con tutti i vantaggi del caso, ovvero aprire la mente alla sovra-rappresentazione del reale, integrandovi elementi che potrebbero aprire ad importanti scoperte future, anche in campo medico o ingegneristico – la augmented reality è infatti in procinto di rivoluzionare la chirurgia tumorale così come molte altre applicazioni scientifiche del virtuale, e non è che un solido inizio di una nuova era di innovazioni.

Ultimamente sono apparsi nelle prime pagine dei quotidiani resoconti su comportamenti buffi di alcune persone, molte delle quali hanno probabilmente sperimentato un gioco in Realtà Aumentata per la prima volta. Auto speronate, persone che valicano confini proibiti finendo nella tana del Bianconiglio, zuffe da stadio per ottenere un esemplare in particolare e così via. Ed ovviamente è partita a ruota la catena del negativismo genitoriale e non; quel giocare (per l’appunto) a scaricabarile tipico di chi se ne resta a mille chilometri di distanza a guardare beatamente senza comprendere che gran parte degli effetti collaterali del gioco (così come della vita stessa, intendiamoci -i giocatori non sbagliano quando affermano che “Il gaming è un modus vivendi”-) deriva dall’incapacità umana di prendere in conto allo stesso tempo più variabili (adattive, ambientali, relazionali, comportamentali), rimanendo monoliticamente stupidi nel modo in cui affrontano gli eventi in toto, e non esclusivamente i giochi: non per limitazioni intrinseche del nostro essere umani, dacché non mi pare di essere mai finita in una voragine o di esser finita a camminare lungo il periplo del Bardarbunga per via di Pokémon Go. E’ qualcosa che tutti possiamo imparare a fare, di cui tutti possiamo accorgerci: essere multitasker, senza stress superflui, ma cercando di cogliere con attenzione tutte le variabili in gioco (appunto) nella vita, è essenziale se si vuole imparare realmente a dedicarsi a se stessi e agli altri.

Pokémon-GO-3

Per intenderci meglio: se ognuno di noi spingesse una persona lungo i binari, e questa venisse uccisa o rimanesse malamente ferita, incolperemmo la stazione?
O piuttosto noi stessi, la nostra cattiveria, la nostra ignoranza? E’ duro a dirsi, ma pare che stigmatizzare app e giochi sia il passatempo preferito (molto più pericoloso di un qualsiasi videogame) di chi si limita ad additare lo sterco cercando di vederci la Luna. Elencare passivamente i presunti difetti di qualcosa, senza fare alcunché per intervenire positivamente, per aiutare tutti a mettere in evidenza i vantaggi derivanti dall’uso degli strumenti digitali; mostrando anche, per converso, i pericoli che ne derivano dall’abusare o dal bullizzare altri.

Pokémon Go conta molte storie di persone che hanno riscoperto il valore dell’amicizia e della solidarietà tra gruppi. Verrebbe piuttosto da chiedere, agli esperti della domenica, a quante partite di calcetto hanno giocato credendo di stabilire legami indissolubili, piuttosto che per “umiliare e spezzare le ossa all’avversario”, in senso figurato (ma come spesso accade, purtroppo, anche no). Accomunare automaticamente i passatempi “tradizionali” – ricordiamo però che il gaming esiste da oltre 40 anni- a maestose opportunità di redenzione della mente umana è sempre un errore. La competitività e l’egoismo strabordano in ogni settore della vita, ed anche in quello dello svago. Perché? La risposta non sta certo nell’additare impropriamente Pokémon o i videogame, così come la lettura o il torneo di judo cittadino tra under 14. La risposta alla volgarità e all’ignoranza comportamentale e non solo sta nella cooperazione piuttosto che nell’insulto (ivi includendo anche la critica negativa gratuta), nel liberare fantasia e immaginazione sfruttando anche gli strumenti proposti online, e la virtualità in ogni sua sfaccettatura.

Certamente, non inviando scatti osé o partecipando a chat dello spessore emotivo/cognitivo di una linguetta in alluminio per contenitori di yogurt, ma aiutando l’altro (che sia bambino, adulto o anziano) a rendersi conto che scoprire cose nuove è importante quanto riflettere sull’uso degli strumenti (digitali o analogici) a propria disposizione.

Fino al giorno in cui Pokémon Go verrà visto per ciò che è, intelligenza permettendo: un’applicazione nata per scoprire, da soli o assieme, le meraviglie del mondo; per divertirsi (e non è importante, in un mondo così?) e per chi volesse, la capacità di stringere amicizie profonde e significative, intendendosi con uno sguardo di complicità (e fratellanza, rispettandosi al di là delle rivalità di Team) su quando sia necessario parlare anche di altri argomenti, che possano contribuire alla propria crescita intellettuale e personale, nati dal semplice essersi conosciuti e avvicinati “per via di un videogame”. Fino al darsi valore reciproco, interessandoci anche ad altre attività da svolgere nel tempo in cui alterniamo Pokémon Go a tanti altri hobby, che possono essere la lettura, il surf, il disegno, o una passeggiata insieme.

E tutto questo partendo da un’amicizia sviluppata tramite un videogioco. Chi l’avrebbe mai detto, neh?

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