Carre

Una nuova poesia di Lorenzo Carbone dedicata alla battaglia di Carre

Trentamila soldati arrancano in quel anatolico deserto furente

Su di loro lo sguardo di Ahura Mazda Furente

Invasori, guidati da Crasso, il riccone, Crasso, il massacratore di schiavi

Del successo crede di avere le chiavi

Vuole l’oro dei Parti, eredi degli achemenidi

Vuole la gloria che era dei seleucidi

Crasso, grande statista, pessimo generale

I suoi uomini di fiducia per lui hanno uno zero totale

Marciano in questo deserto infinito

Provando un dolore mai patito

In lontananza una figura a cavallo gli vede, con un gesto da l’ordine

L’attacco è come un fulmine

Il giorno diventa notte, le loro frecce oscurano il sole

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E’ Surena che guarda la scena a braccia conserte sul suo destriero, un sorriso appare sul volto barbuto, questo è ciò che vuole

Un torrente di rovina e morte cade sui valorosi legionari

Nulla possono i loro addestramenti straordinari

Cade furia persiana sul nemico impertinente

Tutta colpa di un triumviro incompetente

Guerrieri pesanti in un deserto, quale follia

Ma Crasso sta per pagare per questa idiota anomalia

I cavalli dei romani vengono dai catafratti dilaniati

I soldati da cento frecce per ognuno infilzati

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Crasso non vuole retrocedere, ha paura dello sfottò dei suoi pari

Ma non capisce che per lui non ci sono più ripari

Ammettendo la sconfitta, con un quarto di esercito si mette a scappare

Non capendo che neppure Ahrimann ,allo sguardo di Mitra, può velare

Rifugiatosi in Siria, viene trovato

Oro fuso in gola gli viene colato

Crasso muore con infamia

La res publica a Carre perde nell’ ignominia