The Young Pope

Chi sei tu Lenny?

Sono una contraddizione, come Dio uno e trino, come la Madonna vergine e madre, come l’uomo buono e cattivo.

In questa frase è riassunta l’essenza di The Young Pope, la serie tv scritta e diretta da Paolo Sorrentino.

Prodotta dalla Wildside in collaborazione con Haut et Court TV e Mediapro, finanziata da Sky, HBO e Canal + con un budget di 40 milioni di euro, è senza dubbio una serie dal taglio internazionale ma con un forte carattere italiano.

Ma questa serie ci è veramente piaciuta o è stata solo un riempitivo tra un film e l’altro?

Jude Law

Il problema è proprio questo, avendola attesa, seguita, amata, odiata, non riusciamo a tirare le somme di una produzione che sicuramente è di altissima qualità.

Ma ragioniamo insieme un po’ per volta.
Sia chiaro, a sto giro il rischio spoiler è elevatissimo.

La Santa Chiesa Cattolica

Il regista partenopeo ci presenta un’istituzione che sembra tutto meno che religiosa.
Sin dalle prime sequenze ci fa intuire il tono polemico e spregiudicato del neopapa nordamericano Lenny Belardo (Jude Law) che in barba alle convenzioni, sfida apertamente il mondo cattolico e tutti i suoi seguaci.

In questo modo crea terra bruciata intorno a se stesso e al Vaticano.

L’isolamento espone i punti deboli e limiti di una Chiesa ormai non più al passo con valori attuali ma al tempo stesso molto sul pezzo quando si parla di politica o di finanza.

Pretofili (preti pedofili) e omosessualità sono i problemi che Sua Santità Lenny vuole estirpare ma per farlo ha bisogno di persone fidate attorno.
Ingaggia una lotta all’ultima battuta col Segretario di Stato Cardinale Angelo Voiello (Silvio Orlando) esempio lampante dell’italianità.
Nomina Suor Mary (Diane Keaton) segretario particolare del pontefice, un ruolo MAI assegnato ad una donna, e al suo miglior amico Andrew Dussolier (Scott Shepherd) quello di Prefetto della Congregazione per il Clero.

Si para il culo per poter partire con la rivoluzione a colpi di miracoli.

L’obbiettivo papale è quello di eliminare i problemi e riportare alla purezza originale la Chiesa Cattolica.

La nomina di Dussolier al dicastero che si occupa di tutto ciò che riguarda la formazione, la vita e il ministero dei novelli preti, vuole essere la soluzione all’omosessualità nell’istituzione ma non fa nient’altro che peggiorare la situazione portando alla morte di un seminarista e del prefetto stesso.
È nel momento in cui sembra si sia toccato il fondo che c’è la rinascita, la resurrezione per rimanere in tema, con la quale scopriamo un pontefice “umano” che fa dell’amore l’unico suo scopo di vita.
Le lettere colme di romanticismo papale sono al tempo stesso contraddizione e speranza.

Quella che trova Lenny al suo insediamento è una Santa Chiesa Cattolica senza credibilità.
Quella che lascia è colma d’amore per il prossimo.

The Young Pope

L’aspetto più originale della serie forse risiede proprio nella caratterizzazione dei personaggi.
Su tutti, Sua Santità Lenny Belardo.

47 anni, americano, sportivo, brizzolato ma ancora un bel ragazzo.
L’identikit medio dell’utente di un qualsiasi sito d’incontri.

Eppure si parla del Papa.
L’età forse è uno degli aspetti più importanti.
Nonostante possa sembrare “prematuro” troviamo una persona che ha vissuto a pieno i suoi anni senza rinunciare a nulla. Neppure ad una cotta amorosa dalla quale scaturirà l’unico vero motivo di pathos della serie.

Il Pontefice delineato da Sorrentino non è nient’altro che una copia del suo creatore.
Arrogante, eclettico, anarchico e spregiudicato.

E’ un personaggio accentratore.
Nulla sfugge al suo controllo e ogni decisione deve essere frutto del suo pensiero.
Ma al tempo stesso non vuole attirare l’attenzione anzi ha proprio l’ossessione per l’assenza.

Lo Scrittore più importante degli ultimi 20 anni? Salinger;
Il più importante regista Kubrick;
L’artista contemporaneo? Banksy;
Il gruppo di musica elettronica i Daft Punk;
La più grande cantante italiana Mina.
Il filo invisibile che lega questi personaggi? Nessuno di loro si lascia fotografare.

Un particolare ci ha colpiti.
Il Papa fuma.
L’ennesimo segnale di ribellione affidato ad lento suicidio.
Per il cattolicesimo la morte per via di un atto di suicidio liberamente scelto è considerata un grave peccato mortale. Il principale argomento cattolico è che la propria vita è proprietà di Dio, e distruggere tale vita vuol dire imporre il proprio dominio su ciò che è di Dio.
Ed ecco che ritroviamo di nuovo l’arroganza tipica dei giovani.
Un Papa che non si sente “Messaggero di Dio” ma suo pari.

Where's my Pope?
Where’s my Pope?

Il mondo è nelle vostre mani

Monsignor Gutierrez: “E’ molto difficile mantenere un segreto qui in Vaticano. Le voci corrono così veloci che a volte arrivano prima che i fatti siano realmente successi”.
Pio XIII: “In America lo chiamano gossip”
Monsignor Gutierrez: “Qui in Vaticano lo chiamiamo calunnia”

Il rapporto del Papa col mondo è ostico.
Come detto, non ama le luci della ribalta e non vede l’ora di farlo notare ai suoi sottoposti che vivono malissimo questa sua ossessione.

Il primo a doversi confrontare col Pontefice è il personaggio che ha fatto impazzire il web, il Cardinale Angelo Voiello interpretato da un Silvio Orlando in formissima.
Burattinaio e vero detentore del potere temporale del Vaticano fino all’arrivo di Lenny.
I due si scontrano subito, sin dal primo incontro. Non si sopportano e in alcuni passaggi sembra quasi possano scoppiare entrambi. Ma il loro contrasto si trasforma in rispetto reciproco.
Menzione d’onore per la napoletanità spudorata messa in campo, in tutti i sensi, dal Cardinale.
Da juventino godo ancora a vederlo nominare Higuain nel suo trio delle meraviglie.

L’altra figura di pari importanza è Suor Mary, messa in scena da una non più giovane Diane Keaton, che interpreta la madre spirituale del nuovo Pontefice.
Lo protegge ma al tempo stesso lo attacca. Usa il buon vecchio metodo del bastone e la carota.
E’ l’artefice del papato americano, colei che considera santo il proprio protetto.
E’ sicuramente il braccio destro del pontefice.
E’ vergine ma è anche una vecchia T-Shirt.

Il duo

C’è un altro personaggio fondamentale ai fini della trama, il Monsignor Bernardo Gutierrez (Javier Cámara) maestro di Cerimonie del Vaticano, che con la sua estraneità agli intrighi e la sua sincerità d’animo colpisce il Pontefice.
Talmente tanto che gli affida il compito di risolvere la spinosa questione di pedofilia del Nuovo Continente.

Il personaggio di Gutierrez, all’apparenza impeccabile, rivela il lato umano più profondo e complesso di tutta la serie.
Alcolizzato e con un infanzia difficile, si ritrova a dover affrontare qualcosa che è più grande di lui, le proprie debolezze e i propri traumi.
È forse quello che compie il percorso spirituale più grande.
Più che un personaggio secondario, a mio parere, è un coprotagonista ai livelli di Jude Law.

Monsignor Gutierrez

Qui non è Hollywood

A differenza di quanto possa sembrare, le riprese non sono state effettuate all’interno delle architetture vaticane.
Piazza San Pietro è realizzata in computer grafica, gli interni sono stati creati ad hoc negli studi di Cinecittà e per i giardini sono state utilizzate alcune delle ville più belle di Roma e dintorni (Villa Lante (Bagnaia), Villa Medici, Orto botanico di Trastevere).
Durata circa 7 mesi.

In perfetto stile Sorrentino troviamo una fotografia e una regia bellissima.
Particolare attenzione viene rivolta al Papa che sembra emanare un bagliore perenne e spesso inquadrato solo dal bacino in su anche in movimento, in modo da non far vedere come stia camminando per dare la falsa impressione che stia “volando”.
Spike Lee Docet!

Il giudizio finale

È difficile trarre delle conclusioni.
Come tutti i film di Sorrentino,alla fine resti con l’amaro in bocca e con quella domanda che ti rimbomba nella testa:

“Son stupido o non ci ho capito un cazzo?”

Ecco forse è proprio questa la potenza delle sue opere.
Sono colme di citazioni, di pensieri e di assurdità che mettere insieme tutte queste variabili non è semplice.

La serie riesce a farti seguire un argomento sulla quale solitamente non ti informeresti, a meno che tu non sia Adinolfi,ma allo stesso tempo risulta troppo “annacquata”.
“Un film di 10 ore e diviso in puntate” è la sentenza di Doshida a fine visione.

Tutto molto BELLO ma il troppo stroppia.

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Due righe sugli autori della recensione

Cineapalla è un progetto gestito da due miei amici, appassionati di cinema e serie tv. Mi fa particolarmente piacere ospitarli qui su Mente Digitale, passate a trovarli sul loro sito web e sulla pagina Facebook!

William J.

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