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Rob Zombie’s 31 – Recensione

New York City, AMC Loews 34th street 14.

E’ una notte terribilmente afosa in quel di New York City, una serata perfetta per rintanarsi al cinema e pregustarsi in anteprima assoluta l’ultimo lavoro cinematografico della rockstar americana Rob Zombie.

In sala conto almeno una cinquantina di persone: c’è chi ride, chi scruta annoiato il display del proprio smartphone, chi si ingozza di pizza e beve milkshakes densi come una gettata fresca di cemento, poi, all’improvviso le luci in sala si spengono, mentre gli ultimi ritardatari si affrettano ad occupare le proprie poltrone, ed eccoci catapultati con veemenza nel caleidoscopio psicotico di Rob Zombie!

Essendo la Premiere assoluta (se si esclude la proiezione al Sundance Festival), il film viene preceduto dai videoclip di “The Hideous Exhibitions Of a Dedicated Gore Whore “ e “Get Your Boots On! That’s the end of rock and roll” (tratti dall’ ultimo ed ottimo album dello stesso Zombie “The Electric Warlock Acid Witch Satanic Orgy Celebration Dispenser”) e, al suo termine, seguito da un’interessante intervista al regista.

BENVENUTI A 31!

Un gioco al massacro dove non vige alcuna regola se non quella di sopravvivere a 12 ore di pura follia.

Halloween 1976, un gruppo di hippies ,a bordo di un’improbabile caravan, sono in viaggio per il loro prossimo show, quando vengono assaliti nel cuore della notte da degli uomini mascherati: alcuni di tirano le cuoia all’istante, ma per i cinque sopravvissuti il destino sarà forse ben peggiore, infatti, vengono rapiti e tenuti in ostaggio presso una fabbrica abbandonata: il “Murder World”. Ad attenderli, in tenuta decadentemente barocca, Father Devil (interpretato da un Malcom McDowell in gran spolvero), Sister Serpent e Sister Dragon, i quali li introdurranno al 31, ovvero un gioco al massacro dove non vige alcuna regola se non quella di sopravvivere a 12 ore di pura follia, durante le quali dovranno affrontare un esercito di clowns assetati di sangue.

Ogni concorrente viene, quindi, dotato di un’arma con la quale dovrà difendere fino alla fine la propria pelle, mentre i 3 farabutti, di cui ho già accennato poc’anzi, saranno impegnati a scommettere sul probabile vincitore del gioco, dato che nelle precedenti edizioni nessuno ne è mai uscito vivo.

E qui mi fermo, perché non ho alcuna intenzione di rovinarvi la visione, ma veniamo ad alcune considerazioni su quanto visto in questo film: che lo vogliate o meno, 31 è IL film di Rob Zombie, ovvero un distillato di puro divertimento e carnage totale in salsa fumettosa.

Dimenticate ogni velleità artistica surrealista.

Dimenticate ogni velleità artistica surrealista del precedente “Le streghe di Salem”, qui Zombie fa volutamente un passo indietro (forse anche due), riportandoci sul sentiero già battuto di film come “La casa dei 1000 corpi” e “La casa del diavolo”, sapendone, al contempo, esasperare i toni grazie al suo malatissimo immaginario dalle tinte lisergiche.

Al contrario di “Le streghe di Salem”, dove il regista aveva giocato pericolosamente (ma con buoni risultati, imho) con atmosfere morbose e tempi incredibilmente dilatati, 31 è una scheggia di follia per tutta la sua durata, una pellicola senza troppi fronzoli, l’ennesimo omaggio di Zombie ai classici titoli da da Grindhouse (The Texas Chainsaw Massacre, I spit on your grave, The Hills Have Eyes, The last House on the left).

Ma veniamo ai Pro e Contro di questo suo ultimo lavoro.

La parte meglio riuscita sono i villains

Di sicuro la parte meglio riuscita sono i villains, ovvero Sick Head il nano nazista (semplicemente fantastico!), i fratelli motosega “Psycho Head e Schizo Head o l’allegra coppietta Death-Head e Sex Head, ma soprattutto (rullo di tamburi) Doom Head, qui interpretato da un magistrale Richard Brake che ho letteralmente adorato per la sua totale assenza di morale, senza alcun dubbio il miglior “cattivo” uscito dal cilindro del regista. Altra cosa che ho amato di questo film sono le scenografie e la fotografia, sotto questo aspetto Rob Zombie non delude mai e poi mai: nulla di trascendentale, sia chiaro, ma credo sia l’unico regista vivente (assieme al misconosciuto Ti west) ancora capace di rievocare, senza particolari sforzi, quelle atmosfere tipiche del cinema horror 70’s ed 80’s.

Ma non tutte le ciambelle riescono col buco, infatti, la cosa che non ho sopportato fin dal primo istante sono i protagonisti del film ad eccezione, forse, della “glaciale” Meg Foster (Le Streghe di Salem): troppo caricaturali, mai troppo approfonditi, talmente inutili che vi ritroverete ben presto a tifare per i cattivi, pregando per una morte lenta e dolorosa dei cinque fricchettoni. In questa pellicola ritroviamo la musa ispiratrice (nonché moglie del regista stesso) Sheri Moon, accompagnata dall’ormai collaudato Jeffrey Daniel Phillips, che ritroviamo anche in Le streghe di Salem e Halloween II.

Oltre alla piattezza dei personaggi principali, l’altro principale difetto, che emerge da 31, è che ancora una volta Rob Zombie si ritrova a dirigere un film da “fanboy” del cinema horror , se da una parte è vero che lo fa con stile e carattere, dall’altra, invece, si ha l’impressione di assistere a qualcosa di già visto.

Siamo ben lontani dall’essere un masterpiece

Giunti a questo punto magari vi chiederete: “31 fa paura?” No, 31 non fa paura.“Vale la pena vederlo?” Beh, se vi aspettavate un’evoluzione artistica da parte del regista allora questo film vi deluderà tantissimo, siamo ben lontani dall’essere un masterpiece e qui ritorna la sensazione di cui vi parlavo prima: pare che Zombie abbia mancato ancora una volta l’opportunità di affermarsi come si deve, per sfornare l’ennesimo film tributo ad un cinema ormai quasi perduto, un po’ la stessa sensazione che si ha ascoltando i suoi ultimi lavori in studio, come band, se paragonati a lavori passati. Se ,invece, ciò che state cercando sono 120 minuti di puro divertimento allora è il film che fa sicuramente al caso vostro, dopotutto è Rob Zombie e 31 è quanto di più vicino ad una canzone rock dal refrain sfrontato, con 4 accordi ben suonati e attitudine straight to your face: nulla di più, nulla di meno.

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