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	<title>Mente Digitale &#187; Sociologia</title>
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		<title>Deresponsabilizzazione &#8211; Esperimenti e non solo</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2011 16:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Meis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ecco a voi un altro esperimento scientifico estremo: parleremo dei due psicologi sociali Harold Takooshian e Herzel Bodinger. Questi sperimentatori hanno realizzato degli esperimenti nel campo della deresponsabilizzazione. Ma cos&#8217;è la deresponsabilizzazione? È quel fenomeno per cui se si è in tanti, e si sa di essere in tanti ad assistere ad un&#8217;emergenza, o comunque [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id='dd_ajax_float'><div class='dd_button_v'><div class='dd-google1-ajax-load dd-google1-1520'></div><g:plusone size='tall' href='http://www.mentedigitale.org/news/category/scienza/sociologia-scienza/feed/'></g:plusone></div><div style='clear:left'></div><div class='dd_button_v'><div class='dd-linkedin-ajax-load dd-linkedin-1520'></div><script type='in/share' data-url='http://www.mentedigitale.org/news/category/scienza/sociologia-scienza/feed/' data-counter='top'></script></div><div style='clear:left'></div><div class='dd_button_v'><div class='dd-fblike-ajax-load dd-fblike-1520'></div><iframe class="DD_FBLIKE_AJAX_1520" src='' height='0' width='0' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true'></iframe></div><div style='clear:left'></div><div class='dd_button_v'><div class='dd-twitter-ajax-load dd-twitter-1520'></div><a href="http://twitter.com/share" class="twitter-share-button" data-url="http://www.mentedigitale.org/news/category/scienza/sociologia-scienza/feed/" data-count="vertical" data-text="Sociologia" data-via="" ></a></div><div style='clear:left'></div></div><div class='dd_content_wrap'><table style="text-align: justify;">
<tbody>
<tr>
<td><span style="float: right;"><strong><br />
</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td>Ecco a voi un altro esperimento scientifico estremo: parleremo dei due psicologi sociali <strong>Harold Takooshian</strong> e <strong>Herzel Bodinger</strong>.<br />
Questi sperimentatori hanno realizzato degli esperimenti nel campo della <strong><em>deresponsabilizzazione</em></strong>.<br />
Ma cos&#8217;è la deresponsabilizzazione?</p>
<blockquote><p>È quel fenomeno per cui se si è in tanti, e si sa di essere in tanti ad assistere ad un&#8217;emergenza, o comunque ad un fatto grave, nella mente di ciascuno dei presenti la responsabilità del fatto avvenuto viene immaginata come dispersa e frammentata tra tutti.</p></blockquote>
<p>Vengono generalmente attribuiti <strong>6 possibili fattori</strong> a questo fenomeno.</p>
<ul>
<li> Il <em>numero dei &#8220;testimoni&#8221;</em> presenti: più si è e più si tende a deresponsabilizzarsi (matematicamente, più è alto il denominatore, a pari numeratore, più è basso il numero);</li>
<li>Il <em>rischio</em>, per i &#8220;testimoni&#8221;: più è alto il rischio di venire aggrediti o di ferirsi, più si tende a deresponsabilizzarsi;</li>
<li>Il percepire colui che ha bisogno di aiuto <em>come un estraneo</em>: se lo si conosce la deresponsabilizzazione non si verifica;</li>
<li>Il timore di avere <em>male interpretato</em> la situazione: si può pensare di apparire ridicoli, perchè possono essere solo due amici che &#8220;fingono&#8221; di aggredirsi;</li>
<li>L&#8217;<em>influenza reciproca</em> che ognuno esercita sugli altri: viene chiamato &#8220;conformismo nel non fare&#8221;, se ciascuno vede che gli altri non fanno niente per intervenire, potrebbe pensare che sia qualcosa di non grave, e addirittura di poter aggravare la situazione intervenendo;</li>
<li>La suddivisione dei <em>ruoli</em> che caratterizza la nostra società: per esempio si può pensare: &#8220;C&#8217;è un incendio, ma non è affar mio, bisogna aspettare i pompieri&#8221;.</li>
</ul>
<p>Non è necessario che questi fattori si verifichino tutti, <strong>ne basta anche uno solo</strong>, e può avere conseguenze devastanti.</p>
<p>Dopo aver parlato molto sinteticamente di un&#8217;introduzione alla deresponsabilizzazione, ecco l&#8217;<strong>esperimento</strong>.</p>
<p>D&#8217;accordo con dei volontari, gli psicologi simularono dei crimini in luoghi affollati. Nella prima simulazione un uomo trascinava il corpo di una donna che non dava segni di vita, lo caricava nel bagagliaio della sua automobile e poi partiva. L&#8217;esperimento fu ripetuto una ventina di volte e ogni volta in presenza di diversi testimoni: soltanto qualcuno dei passanti annotò la targa della macchina, o chiamò la polizia.</p>
<p><strong>Ma non è tutto</strong>. Non essendo a conoscenza delle 6 regole sopracitate, vollero vedere se per caso potesse essere a causa di diversi fattori questa deresponsabilizzazione. Così ripeterono l&#8217;esperimento eliminando il punto due.</p>
<p><strong>Svolgimento:</strong> il secondo esperimento: un &#8220;ladro&#8221; con un atteggiamento chiaramente sospetto entrò in una macchina della polizia, prese una pelliccia e se ne andò tranquillamente.<br />
Anche in questo caso gli esiti furono sconvolgenti: nessun testimone si rivolse all&#8217;&#8221;agente&#8221; (che era in quel luogo, ma girato in un&#8217;altra direzione), anzi, cinque testimoni avvertirono il ladro della presenza del poliziotto.</p>
<p>Sempre nel campo della deresponsabilizzazione, è da ricordare l&#8217;avvenimento accaduto a New York nel 1964.<br />
<strong>Una donna</strong>, di nome Kitty Genovese, è stata aggredita fuori dal condominio in cui abitava. È stata sottoposta a vessazioni e stupri da parte di un uomo, fino ad essere uccisa. Le urla hanno attirato <strong>almeno</strong> 39 vicini, che hanno assistito dalla finestra senza reagire per 35 minuti, poi uno di loro si è deciso a chiamare la polizia. Era troppo tardi e Kitty era morta, ma questo macabro avvenimento è stato preso in considerazione dagli psicologi per numerose teorie.</p>
<p>Ecco alcune immagini:</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td>
<p><div class="wp-caption alignnone" style="width: 250px"><img src="http://www.nydailynews.com/img/2008/03/10/amd_winstonmoseley.jpg" alt="" width="240px" height="342px" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd"></dd>
</dl>
</div>
</td>
<td>
<div class="mceTemp">
<dl class="wp-caption alignnone" style="width: 250px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img src="http://everydaysaholiday.files.wordpress.com/2009/03/kitty_genovese.jpg" alt="" width="240px" height="342px" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd"></dd>
</dl>
</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;">Winston Moseley, l&#8217;assassino di Kitty</td>
<td style="text-align: center;">Kitty Genovese</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2">
<div class="mceTemp">
<dl class="wp-caption alignnone" style="width: 510px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/img064-300x111.jpg" alt="" width="500" height="185" /><p class="wp-caption-text">Esperimento di Takooshian e Bodinger</p></div></td>
</tr>
<tr>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Fonti:<br />
-Il mio libro di psicologia e sociologia<br />
-<a href="http://www.andreaciraolo.it/2010/kitty-genovese-diffusione-responsabilit/">QUI</a> potete trovare materiale su Kitty e sulla deresponsabilizzazione</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>Le scimmiette del dottor Harry Harlow e l’amore materno</title>
		<link>http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/</link>
		<comments>http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 22:42:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[scimmie]]></category>
		<category><![CDATA[Università del Wisconsin]]></category>

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		<description><![CDATA[PROCEDURE (METHOD): 8 infant rhesus monkeys were taken from their mothers shortly after birth and kept separately in a cage with two substitute mothers – a ‘cloth mother’ covered with a soft blanket and a skeletal ‘wire mother’. Both ‘mothers’ were of the same size and shape as an adult monkey. For 4 of the [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote style="text-align: justify;"><p><strong>PROCEDURE (METHOD)</strong>: 8 infant rhesus monkeys  were taken from their mothers shortly after birth and kept separately  in a cage with two substitute mothers – a ‘cloth mother’ covered with a  soft blanket and a skeletal ‘wire mother’. Both ‘mothers’  were of the  same size and shape as an adult monkey. For 4 of the 8 monkeys the wire  mother incorporated their feeding bottle; for the other 4 the cloth  mother had it. The monkeys were kept in these conditions for a period of  time and then released into a cage with a group of normally reared  monkeys.</p>
<p>To see how the monkeys would react when frightened, Harlow put a teddy bear drummer toy into the cage.</p>
<p><strong>RESULTS (FINDINGS)</strong>: The infant monkeys preferred to  spend time with the cloth mother even when they got their food from the  wire mother. The monkeys all ran to the cloth mother when they were  frightened by the teddy bear drummer.</p>
<p>When returned to the company of other monkeys, Harlow’s monkeys  showed signs of inappropriate social behaviour and delinquency. They  were aggressive or indifferent towards other monkeys, unable to form  normal relationships; the males were unable to mate successfully – they  actually didn’t seem to know what to do! – and the females attacked any  male that tried to mate with them. If they did have offspring, the  privated monkeys were extremely poor, neglecting mothers. (The first one  to have a baby ignored it and pushed it away when it tried to make  contact.</p>
<p><strong>CONCLUSIONS</strong>: Firstly, it seems the privated monkeys suffered emotionally, resulting in delinquent and anti-social behaviour.<br />
Harlow concluded that the infant monkeys had an innate need for contact comfort.</p>
<p>Secondly, the study seems to contradict theories that the infants  attach for food. Gavin Bremner (1994) describes these findings as  inconsistent with Secondary Drive Theory. Harlow  drew the conclusion  that comfort and security formed the basis for attachment, rather than  food.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver parlato dell<a href="http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/john-broadus-watson-%e2%80%93-esperimento-little-albert/" target="_blank">’esperimento Little Albert</a> e di quello <a href="http://www.mentedigitale.org/news/esperimento-carcerario-di-stanford-6-parti/" target="_blank">carcerario avvenuto nell’università di Standford</a> (diviso in sei parti) continua la serie dedicata agli <a href="http://www.mentedigitale.org/news/tag/esperimenti-scientifici-estremi/" target="_blank">esperimenti scientifici estremi</a>,  parlando del dottor Harry Harlow e dei suoi cuccioli di scimmia usati  come cavie per dimostrare quanto l’amore materno sia importante per lo  sviluppo e la sopravvivenza di un infante.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli era docente presso l’<strong><a href="http://www.wisc.edu/" target="_blank">Università del Wisconsin</a></strong>,  ed intuì che il legame madre-figlio andava aldilà del semplice bisogno  nutrizionale istituendo di fatto l’affetto come bisogno primario.</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziò col prendere dei cuccioli di macaco e separarli dalla madre, chiudendoli in piccole celle buie (denominate <strong>pits of dispair</strong>, “pozzi della disperazione”) per periodi di tempo prolungati, anche della durata parecchi mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente non reagirono bene: <strong>depressione, aggressività e turbamenti comportamentali</strong> caratterizzarono lo sviluppo dei cuccioli, ma non solo… Egli notò che  staccavano i tappetini dal fondo delle gabbie per abbracciarli  sviluppando di fatto un attaccamento, allora ritenuto insensato, per una  figura che potremmo denominare <strong>“madre surrogata”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco l’illuminazione: Sarà più importante lo stimolo della fame o quello dell’attaccamento materno?</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1957 al ’63 si susseguirono una serie di esperimenti nella quale  divise dalle madri naturali le scimmiette appena nate dotandole di  differenti tipi di madri surrogate. In particolare due: la prima  denominata <strong>“madre di pezza”</strong>, era soffice e riscaldata ma senza latte e la seconda, denominata <strong>“madre di ferro”</strong>,  era formata da fili d’accaio ed assolutamente inadatta a dare alcun  tipo di “calore” ma possedeva un biberon contenente l’alimento liquido.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, le scimmiette rimanevano tutto il tempo abbracciando la “madre  di pezza”, quando avevano fame correvano dalla “madre di ferro”, si  nutrivano per pochi secondi e tornavano subito dalla “soffice scultura”  (il video è nell’approfondimento).</p>
<p style="text-align: justify;"></p>
<p style="text-align: justify;">Egli aveva dimostrato come il <strong>bisogno affettivo fosse più importante di quello nutrizionale</strong>,  ma i disturbi comportamentali proseguivano mostrando comportamenti  antisociali, si nascondevano rannicchiate in un angolo e venivano  evitate e escluse dalle altre scimmie. Quelle allevate dalla sola “madre  di ferro” invece presentavano <strong>gravi squilibri mentali</strong> che le portavano anche a tentare il suicidio in presenza di altri esemplari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che il dottor <strong>Harry Harlow</strong> decise di continuare con altri esperimenti per capire scientificamente quali caratteristiche dovesse avere una madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Costruì altre madri-surrogato utilizzando diversi materiali,  cambiandone quindi la consistenza, notando che più la madre era soffice  più veniva apprezzata. Successivamente provò a far passare dell’acqua  fredda tramite una serpentina inserita all’interno della “madre  preferita” ed i cuccioli iniziarono ad evitarla come se fosse morta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se fosse stata semovente? Appese dei morbidi sacchi a circa un metro da terra e… SORPRESA: le adoravano!</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora è arrivato a capire che <strong>una mamma dev’essere soffice, calda e non statica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che volle quantificare quanto fosse importante la presenza di una madre, costruendo delle vere e proprie torture:<br />
“Madri di pezza” dotate di <strong>congegni a molla</strong> che  scattavano quando il cucciolo le abbracciava, scaraventandolo  letteralmente a metri di distanza, altre che lanciavano getti d’aria  compressa ed infine costruì anche madri stile <strong>“Vergine di Norimberga”</strong>,  con spuntoni che uscivano dal corpo che trafiggevano il malcapitato ad  ogni tentativo di ricevere quel po’ di calore materno, spuntando al  momento opportuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun cucciolo demorse dal provare ad abbracciarle, ripetendo la stessa scena periodicamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dolore, spavento ed umiliazione erano meno forti del bisogno di ricevere calore materno</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente l’esperimento aveva oltrepassato ogni limite etico e  morale, e questo ebbe un effetto sulla “sensibilità popolare”, al punto  che il dottor Harry Harlow cercò di “risollevare” la propria reputazione  interrompendolo e tentando di riabilitare le scimmiette (senza  successo) ma non servì a nulla. Fu etichettato come scienziato sadico,  continuando a ricevere feroci critiche dai colleghi e dalla carta  stampata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non entro nel merito definendo il dottor Harry Harlow un sadico o un  genio, mi limito a riportare che oltre alla ricerca psicologica questi  esperimenti ebbero un altro effetto: iniziarono a spuntare come funghi  le <strong>associazioni animaliste</strong> ed altre che si batterono per la <strong>tutela degli animali</strong> utilizzati come cavie da laboratorio, chiedendone oltre che la  salvaguardia fisica (finchè possibile) anche il rispetto etico e morale  (sempre).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://psychclassics.yorku.ca/Harlow/love.htm" target="_blank">Qui trovate</a> un sito inglese che riporta l’esperimento descritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonti:<br />
- <a href="http://www.integratedsociopsychology.net/" target="_blank">integratedsociopsychology.net</a><br />
- <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Harry_Harlow#Surrogate_mother_experiment" target="_blank">en.wikipedia.org/wiki/Harry_Harlow#Surrogate_mother_experiment</a><br />
- Iomemedesimo ed il libro di sociologia che avevo in terza superiore.</p>

<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dott/' title='dott'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dott-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dott" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno1/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno1'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno1" /></a>
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<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno9/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno9'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno9-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno9" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno10/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno10'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno10-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno10" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno11/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno11'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno11-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno11" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno12/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno12'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno12-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno12" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno13/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno13'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno13-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno13" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno14/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno14'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno14-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno14" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno15/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno15'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno15-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno15" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno16/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno16'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno16-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno16" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/1494/dottor-harry-harlow-e-lamore-materno_0/' title='dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno_0'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno_0-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="dottor-Harry-Harlow-e-lamore-materno_0" /></a>

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		<title>Esperimento Carcerario di Stanford part.6/6 – Atto di ribellione e conclusione</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 14:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Esperimento carcerario di Stanford]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Sociologia]]></category>
		<category><![CDATA[Esperimenti scientifici estremi]]></category>
		<category><![CDATA[Esperimento Carcerario di Stanford]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo è l’ultimo articolo della serie dedicata all’esperimento carcerario di stanford. Inizialmente i post erano quasi il doppio (10) ma dopo la richiesta di alcuni utenti ho deciso di tagliare qua e la, unendo più post in modo da diminuire le pubblicazioni. Ribellione 416 Il prigioniero 416 era appena stato integrato nell’esperimento, quindi non aveva [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><div class="notice">Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a></div></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è l’ultimo articolo della serie dedicata all’esperimento  carcerario di stanford. Inizialmente i post erano quasi il doppio (10)   ma dopo la richiesta di alcuni utenti ho deciso di tagliare qua e la,  unendo più post in modo da diminuire le pubblicazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Ribellione 416</strong></span></span><br />
Il prigioniero <strong>416</strong> era appena stato integrato  nell’esperimento, quindi non aveva assistito a tutte le (sempre più  disumane) molestie descritte negli articoli precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito provò orrore per quelle persone rinchiuse che cercavano di  spiegargli che non si trattava di un esperimento bensì di una prigione  reale, dalla quale non si poteva fuggire e che il potere decisionale era  completamente in mano alle guardie meritevoli di rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli reagì intraprendendo uno <strong>sciopero della fame</strong>,  convinto che in questo modo sarebbe stato liberato (infondo si trattava  solamente di un esperimento) e per tutta risposta le guardie lo  sbatterono in isolamento per <strong>diverse ore</strong>. Ricordo che il limite consentito ammontava ad una sola ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante questo egli continuò a rifiutare gli alimenti ed anche se chiunque l’avrebbe riconosciuto come eroe gli altri  detenuti fecero il contrario: lo considerarono un piantagrane in cerca  di guai.</p>
<p style="text-align: justify;">Vista la situazione i carcerieri fecero la loro mossa: dissero ai  detenuti che l’avrebbero tirato fuori dal “buco” solamente se gli altri  avessero rinunciato alle proprie coperte.<br />
Tutti rifiutarono, lasciando il compagno in isolamento. Venne liberato solamente più tardi riconducendolo in cella.<br />
Il ribelle era rimasto solo.<br />
<a></a></p>
<p style="text-align: justify;"></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Conclusione dell’esperimento</strong></span></span><br />
La sera del quinto giorno i parenti riferirono al Professor Zimbardo di  essere stati contattati da un prete (vedi capitolo 5) e di aver assunto  un <strong>avvocato</strong>, che si presentò nell’ufficio del carcere  il giorno seguente per porre ai prigionieri tutte una serie di questioni  di natura legale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come potrete immaginare il “Direttore Carcerario Zimbardo” decise di  concludere l’esperimento, anche alla luce del fatto che i soggetti  presentavano <strong>patologie</strong> ormai estremamente evidenti ed il livello di sadismo delle guardie era salito oltre il limite umanamente tollerabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota:</strong> nessun guardiano si ritirò prima della  conclusione dell’esperimento, fece mai ritardi o chiese compensi extra  (dicesi straordinari) per il lavoro svolto fuori dalle tempistiche del  proprio turno.<br />
Gli abusi si intensificavano di notte, cioè quando i carcerieri  credevano di non essere osservati, arrivando a compiere addirittura  abusi di carattere pornografico.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era arrivati al punto di far fare la doccia ai detenuti tutti  insieme, nudi, con un sacchetto in testa, la mano sulla spalla dell’uomo  di fronte a se e con le gambe incatenate l’una all’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Su oltre cinquanta persone che visitarono la prigione l’unica a dichiarare intollerabile la situazione fu la Dottoressa <strong> Christina Maslach</strong>: cioè la donna che in futuro sposerà il prof. Zimbardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno successivo, il sesto (20 agosto 1971) l’esperimento venne dichiarato concluso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Sesto giorno e conclusioni.</strong></span></span><br />
Nel sesto ed ultimo giorno ci furono una serie di colloqui con le  guardie, con i detenuti e con guardie detenuti e staff tutti insieme, al  fine di raccogliere le testimonianze e di compiere un percorso di <strong>rieducazione morale</strong> divenuto ormai indispensabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Due mesi dopo la fine dell’esperimento arrivò al professore la relazione del <strong>detenuto 416</strong> che secondo me riassume benissimo ciò che fu questo esperimento. La riporto tradotta:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>Cominciai a rendermi conto che stavo perdendo la mia identità, che la  persona che chiamavo Clay, la persona che mi condusse in questo posto,  la persona che si offrì volontaria per entrare in questo carcere –  perché per me era un carcere e lo è ancora – era lontana da me, così  lontana che alla fine non aveva più nulla a che fare con me, io ero il  416. Ero il mio numero. Non lo considero un esperimento o una  simulazione ma una prigione gestita da psicologi invece che dallo  stato”.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a><br />
</a></p>
<p style="text-align: justify;">Con questa testimonianza si chiude la serie di post dedicata  all’esperimento carcerario di Stanford, tenuto dal Prof. Zimbardo, spero  che vi abbia allietato la lettura. Il prossimo “Esperimento Scientifico  Estremo” riguarderà l’amore materno e le scimmiette del Dottor Harry  Harlow.</p>
<p style="text-align: justify;">[Articolo inserito su Lega Nerd]</p>
<h2 style="text-align: justify;"><a href="http://www.mentedigitale.org/news/esperimento-carcerario-di-stanford-6-parti/" target="_self"></a>Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></h2>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><strong>Approfondimenti:</strong><br />
<a href="http://www.prisonexp.org/links.htm" target="_blank">Serie di link correlati</a>.<br />
<a href="http://zimbardo.socialpsychology.org/" target="_blank">sito del Prof. Zimbardo</a>.<br />
<a href="http://www.stanford.edu/" target="_blank">Sito della Stanford University </a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Qui sotto trovate una gallery di immagini relative all’esperimento.</p>

<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/3-6/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/3-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/6a/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/6a-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/7-4/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="141" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/7-150x141.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/8-3/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/8-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/11-3/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/11-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/12-2/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/12-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/13-2/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/13-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/attachment/14/' title='14'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/14-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="14" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/15-2/' title='Esperimento carcerario di Stanford'><img width="150" height="133" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/15-150x133.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento carcerario di Stanford" /></a>
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		<title>Esperimento Carcerario di Stanford part. 5/6 – Il prete ed il quarto giorno</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 14:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il direttore della prigione decise di invitare un prete che fu cappellano di un vero carcere, per capire se la situazione attuale fosse realistica e comparabile con quella di una vera prigione. Il prete parlò singolarmente con ogni detenuto: interessante il fatto che essi si presentassero col numero e non col nome. Anche d’innanzi ad [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="notice">Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></div>
<p>Il direttore della prigione decise di invitare un prete che fu  cappellano di un vero carcere, per capire se la situazione attuale fosse  realistica e comparabile con quella di una vera prigione.</p>
<p>Il prete parlò singolarmente con ogni detenuto: interessante il fatto che essi si <strong>presentassero col numero</strong> e non col nome. Anche d’innanzi ad un prete!</p>
<p>Alla fine di ogni colloquio il cappellano chiedeva al detenuto cosa  stesse facendo per uscire da li, spiegandogli che il modo era quello di <strong>contattare un avvocato</strong> e si offrì di comunicarlo ai genitori affinché pensassero loro a rivolgersi ad un legale.</p>
<p>Se da un lato il prete diede una speranza dall’altro contribuì ancora  di più all’immedesimazione (come se a questo punto ce ne fosse ancora  bisogno) nella realtà carceraria, assottigliando ulteriormente il  confine tra finzione e realtà.</p>
<p>La sua presenza aumentò la <strong>sensazione di incertezza</strong> in tutte le pedine di questo gioco: carcerati, guardie e direzione. Da  un lato erano convinti del proprio ruolo, dall’altro si rendevano  inconsciamente conto della perdita di contatto con la realtà.</p>
<p><strong>Il prigioniero 819</strong><br />
Fu l’unico che si rifiutò di parlare col prete, chiedendo di parlare con  un medico. Il direttore carcerario lo convinse a parlare col cappellano  dicendogli che successivamente l’avrebbe fatto visitare.</p>
<p>Durante il colloquio egli scoppiò a piangere in maniera isterica,  esattamente come i due soggetti che avevano mollato, quindi il direttore  gli tolse il cappello, la catena e gli consigliò di riposarsi nella  stanza li vicino, mentre attendeva del cibo e la visita medica.</p>
<p>Mentre il numero <strong>819</strong> si apprestava a rilassarsi si udì una guardia gridare ai detenuti di ripetere (testuali parole tradotte)</p>
<blockquote><p>“Il prigioniero 819 è un pessimo prigioniero. A causa  di quello che il prigioniero 819 ha fatto, la mia cella è un letamaio,  signor agente di guardia”.</p></blockquote>
<p>E si udirono tutti i detenuti ripetere la frase più e più volte.<br />
Il professore (qui credo sia il caso di chiamarlo così, non direttore  carcerario) si precipitò nella stanza ove si trovava il numero 819 che  era rannicchiato in un angolo singhiozzando in maniera incontrollabile.<br />
<a><br />
</a></p>
<p></p>
<p>Zimbardo gli disse di andare via, di non continuare l’esperimento ma  il detenuto 819 lo interruppe sostenendo che se avesse fatto così gli  altri avrebbero continuato a credere che non era un bravo carcerato e  che sarebbe dovuto tornare li dentro per dimostrare che non era vero.</p>
<p>Riporto dal diario tradotto del Professore:</p>
<blockquote><p>A quel punto dissi: “Ascolta, tu non sei il numero 819.  Tu sei [il suo nome], e io sono il dottor Zimbardo. Sono uno psicologo,  non un responsabile di una prigione, e questa non è una vera prigione.  E’ solo un esperimento, e quelli sono studenti, non prigionieri, proprio  come te. Andiamo”.<br />
Improvvisamente smise di piangere, guardò in alto verso di me con  l’espressione di un bimbo svegliato da un incubo, e rispose “Ok,  andiamo”.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Quarto giorno</strong></span></span></p>
<p>Il quarto giorno fu quello della <strong>commissione rilascio</strong>.<br />
Nelle carceri esiste tale commissione che con cadenza annuale esamina le richieste di scarcerazione dei vari detenuti.</p>
<p>Essa era formata da segretari del Dipartimento di Psicologia e  laureandi assolutamente sconosciuti ai detenuti ed era diretta dall’ex  detenuto (reale) di cui ho parlato nel primo articolo di questa serie.</p>
<p><strong>Prima nota rilevante:</strong> tutti i prigionieri risposero affermativamente alla richiesta di rinuncia dei soldi in caso di abbandono della ricerca.</p>
<p><strong>Seconda nota rilevante:</strong> alla fine dei colloqui i  detenuti vennero invitati a tornare in cella in attesa della decisione.  Essi ubbidirono ed attesero, anche se avrebbero potuto semplicemente  andarsene, in quel preciso momento.<br />
Ormai, <strong>in soli quattro giorni</strong>, erano divenuti incapaci  di opporsi in quanto la percezione della realtà era cambiata e non  consideravano più il tutto come un esperimento. Loro stavano <strong>DAVVERO</strong> vivendo in un carcere e solamente la commissione avrebbe potuto concedere un rilascio.</p>
<p>Non solo. Anche il vero ex detenuto (vedi primo episodio) ebbe un <strong>crollo psicologico</strong> al pensiero di ciò che era diventato immedesimandosi (seppur per  qualche ora) nell’ufficiale con potere decisionale di libertà sugli  altri. Quello stesso potere che anno dopo anno (sedici) gli negava il  rilascio.</p>
<p>Continua…</p>
<p>[Articolo inserito su Lega Nerd]</p>
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		<title>Esperimento Carcerario di Stanford part.4/6 &#8211; Cedimenti e presunta fuga</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 14:08:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rilascio del primo prigioniero Il detenuto 8612 iniziò a manifestare disturbi emotivi acuti dopo appena 36 ore. Pianto incontrollato, pensiero disorganizzato, eccessi d’ira erano solo alcune delle sintomatologie che presentava, ma purtroppo lo stesso Prof. Zambardo si era calato così tanto nei panni di direttore carcerario da pensare che stesse fingendo per uscire. Uno dei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="notice">Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></div>
<p><strong>Rilascio del primo prigioniero</strong><br />
Il detenuto <strong>8612</strong> iniziò a manifestare disturbi emotivi acuti dopo appena 36 ore.</p>
<p>Pianto incontrollato, pensiero disorganizzato, eccessi d’ira erano  solo alcune delle sintomatologie che presentava, ma purtroppo lo stesso  Prof. Zambardo si era calato così tanto nei panni di direttore  carcerario da pensare che stesse fingendo per uscire.</p>
<p>Uno dei consulenti lo rimproverò di durare troppo poco, dicendogli  che i veri detenuti subivano percosse ben peggiori, e gli offrì di  diventare informatore <strong>“della direzione”</strong>, in cambio sarebbe stato trattato bene dalle guardie. Gli dissero di pensarci su e che per ora non l’avrebbero fatto uscire.</p>
<p>Durante la conta successiva il prigioniero <strong>8612</strong> disse agli altri testuali parole (ovviamente in inglese): “Non potete andar via. Non potete interrompere tutto questo”.</p>
<p>Mentre gli altri ebbero ancora di più la sensazione di trovarsi rinchiusi il numero <strong>8612</strong> iniziò ad urlare, sbavare e comportarsi da vero folle.</p>
<p>Solamente dopo un po’ i ricercatori (ormai <strong>li chiameremo direttori carcerari</strong>) si resero conto che non fingeva e si convinsero a liberarlo per via delle serie sofferenze che provava.</p>
<p>Il primo aveva ceduto <strong>dopo 36 ore</strong>.<br />
<a></a></p>
<p style="text-align: center;"></p>
<p><strong>Genitori e conoscenti</strong><br />
Il giorno dopo era giorno di visite. La prigione era in condizioni a dir  poco indecenti, di certo non accettabili da persone “esterne” che  avrebbero immediatamente portato via i cari da una situazione simile.</p>
<p>La direzione carceraria decise di rendere quel posto il più pulito ed  accogliente possibile, misero la musica in filodiffusione, lavò e fece  radere i prigionieri e li fece mangiare abbondantemente.</p>
<p>Una decina di persone arrivò a trovare gli ormai 8 prigionieri, e  vennero accolte da Susie Phillips, una ex cheerleader di Stanford.</p>
<p>Dopo essersi registrati ed aver atteso mezz’ora (come nelle vere  carceri) vennero informati delle regole: ogni detenuto poteva parlare al  massimo con due persone non più di dieci minuti e sotto l’occhio vigile  di una guardia; inoltre ogni visitatore prima di entrare avrebbe dovuto  incontrare il direttore carcerario (il professor Zimbardo) per  discutere del caso del proprio parente/conoscente.</p>
<p>Naturalmente tutti protestarono ma vi si attennero, rendendo di fatto  genitori ed amici partecipanti attivi (inconsapevoli) all’esperimento.</p>
<p>Alcuni genitori ci rimasero male vedendo le condizioni del proprio  figlio ma la loro reazione fu di rivolgersi al direttore carcerario  affinché migliorasse le condizioni di permanenza del proprio caro.</p>
<p>Una madre si lamentò rumorosamente delle condizioni del figlio ed il Prof. Zambardo le chiese (dialogo tradotto testualmente):</p>
<blockquote><p>“Cos’ha suo figlio? Non dorme bene?”.<br />
Quindi chiese al padre: “Non crede che suo figlio possa sopportare tutto questo?”<br />
“Certo che può, è uno tosto, è un leader”, rispose lui. Girandosi verso  la madre, le disse “Andiamo tesoro, abbiamo già perso abbastanza tempo”.</p></blockquote>
<p><strong>Presunta fuga</strong><br />
Casualmente una delle guardie sentì i prigionieri parlare di un  complotto per fuggire tutti insieme dopo la visita dei familiari, con  l’aiuto del ex prigioniero <strong>8612</strong>, che avrebbe riunito alcuni amici per dare supporto d’evasione.</p>
<p>La cosa interessante è il <strong>cambio di atteggiamento</strong> che hanno gli studiosi. Se si fossero comportati da psicologi sociali  sperimentali si sarebbero attenuti alla registrazione degli eventi,  invece sentendosi ormai direzione carceraria si preoccuparono per la  sicurezza della prigione. Notare come non parlano e non ragionano più da  professori.</p>
<p>Si incontrarono in tre: il Direttore della prigione, il Supervisore e  uno dei luogotenenti (Craig Haney) per programmare come sventare la  fuga.<br />
Decisero di mettere <strong>una talpa</strong> nella cella prima  occupata dal prigioniero 8612, così da essere informati tempestivamente  di tutte le novità riguardanti il piano di fuga.</p>
<p>Addirittura il professor Zambardo si recò presso i l <strong>Dipartimento di Polizia di Palo Alto</strong>, chiedendo al capo il permesso di trasferire i detenuti provvisoriamente nelle celle reali, quelle del carcere vero.</p>
<p>Naturalmente la richiesta venne respinta, sia per cause di  assicurazione della prigione sia perché, diciamocelo chiaro, non  potevano prestare delle celle vere con poliziotti veri per una  simulazione.</p>
<p>Ecco quindi che scatta il piano B: subito dopo la visita dei parenti  mettere dei sacchi in testa ai detenuti, legarli e spostarli altrove,  demolire la prigione fino all’irruzione dell’ex detenuto 8612.</p>
<p>Una volta entrato avrebbe trovato solamente il direttore del carcere  ad aspettarlo che l’avrebbe informato della fine dell’esperimento,  dicendogli che tutti gli altri sono già a casa. Vedere le celle smontate  l’avrebbero convinto del tutto.</p>
<p>Successivamente avrebbero rimontato tutto e raddoppiato le misure di  sicurezza. Anzi già che c’erano avrebbero potuto anche rinchiudere  nuovamente il numero 8612 per ciò che aveva architettato.</p>
<p>Mi pare ovvio che la situazione era completamente sfuggita di mano,  anche i docenti ricercatori avevano perso il contatto con la realtà.</p>
<p>Mentre il direttore carcerario stava li, seduto ad aspettare il “gruppo di guerriglia rivoluzionaria”<br />
arrivò un suo collega (Gordon Bower) che aveva saputo dell’esperimento  ed era curioso di sapere come procedeva. Dopo una descrizione della  situazione Lui si limitò a chiedere (testuali parole tradotte):</p>
<blockquote><p>“Dimmi, qual è la variabile indipendente in questo studio”?</p></blockquote>
<p>Riporto dal diario tradotto del Prof. Zambardo:</p>
<blockquote><p>Con mia sorpresa, mi scoprii arrabbiato con lui. Dovevo far  fronte da solo ad una possibile fuga di massa, la sicurezza dei miei  uomini e la stabilità della mia prigione erano in gioco e, invece,  dovevo occuparmi di questo sensibile, liberale, logoro accademico che  stava lì a preoccuparsi della variabile indipendente! Solo molto tempo  dopo mi resi conto di quanto, a quel punto dello studio, fossi entrato a  piè pari nel mio ruolo: stavo ormai pensando come un responsabile di  prigione piuttosto che come un ricercatore sociale.</p></blockquote>
<p>L’irruzione non avvenne, e la frustrazione della direzione carceraria e dei guardiani ebbe pesanti ripercussioni sui detenuti.<br />
<a><br />
</a><img class="aligncenter size-full wp-image-1349" title="1esperimento carcerario si Stanford" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/06/1.gif" alt="" width="357" height="324" /></p>
<p>La pressione e le umiliazioni sui prigionieri crebbero a dismisura,  vennero obbligarli a pulire il water con le mani ed a togliere le  incrostazioni dei loro secchi con le unghie, le flessioni divennero  incessanti, ogni motivo era buono per farli pompare. Le conte adesso  duravano anche diverse ore.</p>
<p>Continua…</p>
<div>[Articolo inserito su Lega Nerd]<a href="http://leganerd.com/2011/03/29/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/#ixzz1OyWnktw8"></a></div>
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		<title>Esperimento Carcerario di Stanford part.3/6 &#8211; Guardie autoritarie e rivolta</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 01:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Autorità e rivolta Imposizione dell’autorità Durante la notte i prigionieri venivano svegliati a suon di fischietto per le conte. Esse servivano per memorizzare il proprio numero identificativo e per imprimere una iniziale imposizione di potere da parte delle guardie. Inizialmente i detenuti non presero sul serio il proprio ruolo, rivendicavano l’autonomia e schernivano le guardie, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="notice">Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> |<a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self"></a> <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></div>
<p><strong>Autorità e rivolta</strong></p>
<p><strong>Imposizione dell’autorità</strong><br />
Durante la notte i prigionieri venivano svegliati a suon di fischietto per <strong>le conte</strong>.  Esse servivano per memorizzare il proprio numero identificativo e per  imprimere una iniziale imposizione di potere da parte delle guardie.</p>
<p>Inizialmente  i detenuti non presero sul serio il proprio ruolo, rivendicavano  l’autonomia e schernivano le guardie, che d’altro canto non erano ancora  sicure sui metodi da utilizzare per imporre l’autorità.</p>
<p>Qui iniziò una serie di <strong>confronti diretti</strong> tra guardie e prigionieri.</p>
<div><a></a></p>
</div>
<div id="SID1435134933"><img src="http://img.youtube.com/vi/x3wxEmHqVCY/0.jpg" alt="" width="1" height="1" /></div>
<p>Ogni qualvolta che venivano trasgredite delle regole o avveniva una mancanza di rispetto (anche verso <strong>l’istituzione</strong>) come metodo punitivo i carcerieri iniziarono ad imporre delle <strong>flessioni</strong> ai detenuti.</p>
<p>Inizialmente  gli osservatori pensarono ad una “goliardata dai toni bambineschi”  assolutamente inappropriata ad un carcere. In seguito informandosi si  resero conto che tale metodo di sottomissione veniva utilizzato anche  nei <strong>lager nazisti</strong>.</p>
<p>In approfondimento trovate un disegno di <strong>Alfred Kantor</strong>, un sopravvissuto all’olocausto.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1484" title="1" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/14.gif" alt="" width="448" height="366" /></p>
<p><strong>Una prima rivolta</strong><br />
Dopo la prima giornata trascorsa senza problemi i prigionieri si  barricarono a sorpresa nelle celle bloccando le entrate con le brande,  si tolsero i berretti di nylon e staccarono i numeri identificativi  dalle uniformi.</p>
<p>Le guardie erano molto tese ed arrabbiate perché  (ovviamente) iniziavano a prendersi gioco di loro, senza contare che al  cambio del turno la situazione peggiorò, in quanto i compagni del turno  successivo li accusarono di esser stati <strong>troppo buoni</strong>.</p>
<p>Dopo  una riunione decisero cosa fare e ciò che accadde ha dell’incredibile:  chiesero insistentemente i rinforzi che arrivarono poco dopo. Quelli del  turno notturno (appena finito) rimasero a dare manforte e tutti uniti  risposero così come concordato.<br />
Presero un estintore (in dotazione alla struttura secondo le norme di sicurezza) ed iniziarono a spruzzare il <strong>diossido di carbonio</strong> in esso contenuto dentro le celle, fecero irruzione, <strong>spogliarono i prigionieri</strong> (sempre 9 contro 3) gli tolsero le brande, chiusero i capi della rivolta <strong>in isolamento</strong> per poi insultare, minacciare e schernire gli altri detenuti rimasti ormai nudi.</p>
<div></div>
<div id="SID15879329"><img src="http://img.youtube.com/vi/uTdttd7XTfQ&amp;%20/0.jpg" alt="" width="1" height="1" /></div>
<p>La  rivolta era sedata ma le guardie non sarebbero potute essere sempre  presenti in nove, quindi dovettero pensare a come risolvere il problema,  ed ecco l’idea: invece di utilizzare la forza usarono <strong>la psicologia</strong>, allestendo una cella speciale denominata <strong>“La Privilegiata”</strong> e concedendola solamente ai tre prigionieri meno coinvolti nella  rivolta. Oltre a questo gli concessero altri privilegi come la  restituzione di brande ed uniformi, lavarsi e mangiare “cibi speciali”  davanti ai compagni, che vennero tenuti a digiuno.</p>
<p>Così facendo riuscirono a <strong>distruggere la forza solidale</strong> che si era creata tra i prigionieri.<br />
Come se non bastasse dopo mezza giornata trasferirono i tre  privilegiati nelle celle normali e presero tre “cattivi” per metterli  nella “Privilegiata”.</p>
<p>Si creò la confusione totale tra i  prigionieri: i capi della rivolta iniziarono ad accusare coloro che  venivano trattati meglio di essere delle spie, mentre perdevano pian  piano <strong>potere carismatico</strong> sugli altri.</p>
<p>Questi metodi vengono utilizzati anche nelle vere carceri, per mettere ad esempio i bianchi contro i neri spezzando di fatto <strong>le varie alleanze</strong> che si potrebbero creare. Senza contare che in questo modo <strong>sfogano tra loro l’aggressività</strong>.</p>
<p>Oltre a questo la rivolta dei detenuti creò <strong>maggiore solidarietà tra le guardie</strong>,  ma soprattutto l’esperimento ebbe una brusca svolta: i prigionieri non  vennero più ritenuti delle persone partecipanti ad una sperimentazione  scientifica, bensì veri e propri <strong>agitatori sempre in grado di causare problemi in un qualsiasi momento</strong>.</p>
<p>Onde  evitare in futuro altre situazioni simili iniziarono a farsi sempre più  aggressive, tenendo ogni comportamento o funzione corporale dei  detenuti <strong>sotto controllo</strong>.<br />
Andare in bagno diventò  un privilegio concesso,  costringendo i prigionieri ad urinare e  defecare dentro secchi all’interno della propria cella, addirittura  svuotarli divenne un privilegio e come conseguenza tutto l’ambiente  iniziò a puzzare di escrementi.</p>
<p>Si accanirono contro il più rivoltoso, il <strong>5041</strong>.  I ricercatori scoprirono in seguito che si trattava di un attivista  radicale e che partecipava all’esperimento perché convinto che volessero  scoprire nuove metodologie per tenere sotto controllo le masse  studentesche e  pensava di vendere tutta la storia ad un giornale.</p>
<p>Comunque  sia anche lui si calò al 100% nel ruolo del prigioniero, in quanto  controllando una lettera indirizzata alla fidanzata si autodefiniva <strong>“leader del Comitato di Rivolta del Carcere della Contea di Stanford”</strong>.</p>
<p>Continua…</p>
<p>[Articolo inserito su Lega Nerd]</p>
<h2><a href="http://www.mentedigitale.org/news/esperimento-carcerario-di-stanford-6-parti/" target="_self"></a>Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></h2>
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		<title>John Broadus Watson – Esperimento Little Albert</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 00:46:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo inserito su Lega Nerd. “Datemi una dozzina di bambini sani e farò di ognuno uno specialista a piacere, un avvocato, un medico. A prescindere tal suo talento, dalle sue inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e razza”. [John Broadus Watson ] John Broadus Watson (Greenville, 9/1/1878 – New York, 25/9/1958) fu uno psicologo statunitense, precursore del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-full wp-image-566" title="John Broadus Watson – Esperimento Little Albert" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/testa.jpg" alt="" width="334" height="334" />Articolo inserito su Lega Nerd.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“Datemi una dozzina di bambini sani e farò di ognuno uno specialista a   piacere, un avvocato, un medico. A prescindere tal suo talento, dalle   sue inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e razza”. [John Broadus   Watson ]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Watson_%28psicologo%29" target="_blank">John Broadus Watson</a></strong> (Greenville, 9/1/1878 – New York, 25/9/1958) fu uno psicologo statunitense, precursore del <strong>comportamentismo</strong> (chiamato anche <strong>behaviorismo</strong>),  cioè quella corrente della psicologia che studia il comportamento degli  esseri viventi valutando anche quanto gli agenti esterni possano  influire sulla crescita e la psiche dell’individuo.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi esperimenti furono tanto importanti per tutto il mondo scientifico quanto <strong>morbosamente controversi</strong>; sopratutto il più famoso (tenuto con la collega Rosalie Rayner) che fu denominato <strong>Little Albert</strong>.  Riguardva il comportamento infantile e come i traumi potessero influire  nello sviluppo psicologico e si svolse tra il 1919 e il 1920.</p>
<p style="text-align: justify;">Albert  era un bambino di undici mesi,  alla quale furono mostrati diversi  animali: una scimmia, un cane e una cavia bianca da laboratorio,  un  coniglio, varie maschere con o senza barba, giornali infuocati,  batuffoli di cotone, ecc…</p>
<p style="text-align: justify;">Il piccolo Albert <strong>non sembrava aver paura</strong> di nessuno di questi elementi introdotti nell’ambiente circostante,  anzi allungava la mano per toccarli e scoprirne la consistenza, proprio  come ogni bambino nell’età della scoperta. Insomma: imparò a giocarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che arriviamo all’esperimento vero e proprio: sostenendo di poter <strong>programmare la personalità</strong> di un individuo agendo nella tenera età, posizionò una lastra di  metallo nelle vicinanze ed ogni volta che l’infante allungava una manina  verso uno degli animali con cui aveva imparato a giocare il professore  ci picchiava sopra con un martello producendo un forte rumore.<br />
Ogni volta che si avvicinava al cagnolino BUM. Ogni volta che si avvicinava al coniglietto: BAM. E così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Le reazioni del piccolo Albert furono (ovviamente) di <strong>pianto isterico</strong>, ed avendo intuito che ad ogni tentativo di avvicinamento corrispondeva al rumore molesto, tentava di scappare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo 17 giorni di esperimenti si instaurò un <strong>transfert avverso</strong> verso tutti gli oggetti di natura simile: Pellicce, coperte, cotone,  fino ad avere addirittura delle crisi di panico alla vista di una  maschera di Babbo Natale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il passo successivo sarebbe stato quello  di “de-programmare” il bambino, ma la madre lo portò via prima che gli  esperimenti potessero proseguire.<br />
Per anni il mistero sull’identità  della donna rimase tale finchè, dopo una lunga ed accurata ricerca, si  scoprì che non si trattava della madre naturale del piccolo Albert,  bensì una bambinaia che allattava e curava i bambini alla <strong>Phipps Clinic presso la Johns Hopkins University di Baltimora</strong>,  guarda caso il luogo ove avvenne l’esperimento. Viene naturale  chiedersi quanti altri bambini furono utilizzati per “test” simili.<br />
C’è da aggiungere che la donna era <strong>consenziente</strong> e portò via l’infante quando vide i risultati che la ricerca produceva su di lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci è dato sapere se il piccolo Albert è guarito o se ha avuto ripercussioni fobiche per tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto trovate il <strong>video originale</strong> dell’esperimento seguito da una gallery fotografica.</p>
<p></p>

<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/john-broadus-watson-%e2%80%93-esperimento-little-albert/1-5/' title='John Broadus Watson – Esperimento Little Albert'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="John Broadus Watson – Esperimento Little Albert" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/john-broadus-watson-%e2%80%93-esperimento-little-albert/2-3/' title='John Broadus Watson – Esperimento Little Albert'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="John Broadus Watson – Esperimento Little Albert" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/john-broadus-watson-%e2%80%93-esperimento-little-albert/3-3/' title='John Broadus Watson – Esperimento Little Albert'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/3-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="John Broadus Watson – Esperimento Little Albert" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/john-broadus-watson-%e2%80%93-esperimento-little-albert/4-3/' title='John Broadus Watson – Esperimento Little Albert'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="John Broadus Watson – Esperimento Little Albert" /></a>
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<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/john-broadus-watson-%e2%80%93-esperimento-little-albert/6-2/' title='John Broadus Watson – Esperimento Little Albert'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/6-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="John Broadus Watson – Esperimento Little Albert" /></a>
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		<title>Esperimento Carcerario di Stanford part.2/6 &#8211; Guardie e detenuti</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 06:31:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le guardie Come nella realtà le guardie vennero informate dell’importanza della loro mansione e dei rischi che potrebbero correre, ma (a differenza della realtà) l’unica direttiva che ricevettero fu di fare tutto ciò che ritenevano necessario per mantenere l’ordine e farsi rispettare dai prigionieri. Questo senza prima seguire alcun tipo di corso o addestramento. Tutte [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><div class="notice">Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></div></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le guardie</strong><br />
Come nella realtà le guardie vennero informate dell’importanza della  loro mansione e dei rischi che potrebbero correre, ma (a differenza  della realtà) <strong>l’unica direttiva</strong> che ricevettero fu di  fare tutto ciò che ritenevano necessario per mantenere l’ordine e farsi  rispettare dai prigionieri. Questo senza prima seguire alcun tipo di  corso o addestramento.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le guardie indossavano una divisa  color caco, vennero munite di fischietto e manganello e portavano tutte  degli occhiali a specchio.<br />
L’utilizzo degli occhiali a specchio è stato deciso per non far intravedere gli occhi e <strong>le espressioni</strong> (sintomo di emozioni e quindi di debolezza) rendendo così <strong>“inumana e forte”</strong> la loro presenza (foto 1).</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente lo <strong>studio comportamentale</strong> delle guardie era tanto importante quanto quello dei prigionieri.  Ambedue i gruppi si trovavano per la prima volta a ricoprire tali ruoli.<br />
I carcerieri erano divisi in gruppi di tre e si davano il cambio ogni otto ore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/prigione1.jpg" rel="lightbox[529]" title="prigione"><img class="aligncenter size-full wp-image-1476" title="prigione" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/prigione1.jpg" alt="" width="231" height="103" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I detenuti:</strong><br />
Una volta arrivati i prigionieri vennero condotti dal <strong>“direttore del penitenziario della contea di Stanford”</strong>,  che li informò della loro condizione di carcerati e dei propri  “crimini” e successivamente vennero perquisiti e cosparsi di una  sostanza contro germi e pidocchi (foto 2).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una procedura utilizzata anche in una prigione del Texas, come documenta questa foto di Danny Lyons (in approfondimento).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/11.gif" rel="lightbox[529]" title="1"><img class="aligncenter size-full wp-image-1475" title="1" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/11.gif" alt="" width="234" height="154" /></a></p>
<div id="SID1004166271" style="text-align: justify;">
<div>
<p style="text-align: center;">
</div>
</div>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni prigioniero venne consegnata una uniforme da indossare <strong>senza mutande o biancheria intima</strong>, con stampato fronte e retro il <strong>numero identificativo</strong> e da quel momento si sarebbero dovuti riferire alle guardie o agli  altri detenuti esclusivamente tramite quello. Non avevano più nome e  cognome, solamente un numero, rendendoli così anonimi e causando la  conseguente <strong>perdita dell’identità</strong>, data anche dalla rasatura dei capelli subita qualche istante prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo  aver indossato tali “uniformi” si riscontrò che i detenuti iniziarono a  camminare e a sedersi in modo diverso, più femminile.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a  questo venne applicata una pesante catena con lucchetto alla caviglia  destra, gli vennero dati dei sandali di gomma ed un berretto fatto con  calze di nylon da donna. Tale catena li opprimeva, e li rendeva consci  della propria <strong>condizione di prigionieri</strong> anche mentre  dormivano, perché bastava che si girassero nella branda per farla  sbattere sulla caviglia dell’altro piede svegliandoli e ricordandogli  l’impossibilità dell’evasione, anche in sogno (foto 3).</p>
<p style="text-align: justify;">Il  berretto veniva utilizzato in sostituzione della capigliatura, che a  seconda della lunghezza può esprimere il proprio modo di essere. Questa è  una pratica eseguita soprattutto nelle carceri militari.<br />
Nella  gallery trovate la fotografia di uno dei “detenuti” prima e dopo la  rasatura, vi renderete subito conto dell’enorme differenza (foto 4).</p>
<p style="text-align: justify;">I  detenuti erano coscienti che avrebbero potuto subire abusi di potere,  tagli delle razioni alimentari, violazione della privacy e dei diritti  civili, ed avevano firmato il proprio consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">I carcerati erano chiusi nelle celle a gruppi di 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota: altre 24 persone attendevano pronte a subentrare nell’esperimento in caso di necessità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">So  che i preamboli son stati lunghi, ma erano necessari per una corretta  comprensione dei personaggi in gioco, e del fatto che nulla è stato  lasciato al caso. Fin da subito si nota come si cerchi di rendere <strong>il più succube possibile</strong> ogni prigioniero.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal  prossimo post  inizieremo ad entrare nel vivo  dell’esperimento, analizzando i primi fatti che hanno comportato una  vera e propria tragica reazione psicologica a catena.</p>
<p>[Articolo inserito su Lega Nerd]</p>
<h2><a href="../esperimento-carcerario-di-stanford-6-parti/" target="_self"></a>Indice: <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="../2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a> | <a href="../2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></h2>
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<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/p1030982_432x243-283x150-4/' title='P1030982_432x243-283x150'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/P1030982_432x243-283x1501-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="P1030982_432x243-283x150" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/prigione2/' title='prigione2'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/prigione2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="prigione2" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/prigione/' title='prigione'><img width="150" height="103" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/prigione-150x103.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="prigione" /></a>
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<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/3-2/' title='Esperimento Carcerario di Stanford'><img width="150" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/3-150x150.gif" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento Carcerario di Stanford" /></a>
<a href='http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/attachment/32/' title='Esperimento Carcerario di Stanford'><img width="136" height="150" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/32-136x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Esperimento Carcerario di Stanford" /></a>
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</p>
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		<title>Esperimento Carcerario di Stanford part.1/6 – Il carcere</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 06:07:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>William J.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eccoci con il primo esperimento scientifico estremo: Il Carcere Stanford. Dato che è molto lungo e c’è tanto materiale sia video che fotografico lo dividerò in sei post. Le fonti alla quale attingo sono il sito ufficiale dell’esperimento e parte della tesi di laurea di un mio conoscente dalla quale estrapolo le parti più interessanti. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><div class="notice">Indice: <a href="http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-%e2%80%93-part-16-%e2%80%93-il-carcere/" target="_self">Parte 1</a> | <a href="http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-26-%e2%80%93-guardie-e-detenuti/" target="_self">Parte 2</a> | <a href="http://www.mentedigitale.org/news/2011/04/esperimento-carcerario-di-stanford-part-36-%e2%80%93-autorita-e-rivolta/" target="_self">Parte 3</a> | <a href="http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-4-%e2%80%93-cedimenti-e-presunta-fuga/" target="_self">Parte 4</a> | <a href="http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-5-il-prete-ed-il-quarto-giorno/" target="_self">Parte 5</a> | <a href="http://www.mentedigitale.org/news/2011/06/esperimento-carcerario-di-stanford-part-6-%e2%80%93-atto-di-ribellione-e-conclusione/" target="_self">Parte 6</a></div></p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci con il primo esperimento scientifico estremo: <strong>Il Carcere Stanford</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dato  che è molto lungo e c’è tanto materiale sia video che fotografico lo  dividerò in sei post.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fonti alla quale attingo sono il <a href="http://www.prisonexp.org/" target="_blank">sito ufficiale</a> dell’esperimento e parte della tesi di laurea di un mio conoscente dalla quale estrapolo le parti più interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Assistenti di ricerca e collaboratori:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Carolyn  Burkhart, David Gorchoff. Christina Maslach, Susan Phillips, Anne  Riecken, Cathy Rosenfeld, Lee Ross, Rosanne Saussotte, Greg White.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti di voi avranno visto il film <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/The_Experiment_-_Cercasi_cavie_umane" target="_blank">“<strong>The Experiment</strong>”</a> ma non tutti sanno che è stato tratto da un esperimento realmente condotto nel 1971 da un team di ricercatori diretti dal <strong>Professor <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Zimbardo" target="_blank">Philip Zimbardo</a></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esito fu così drammatico da far <strong>sospendere</strong> la ricerca dopo appena <strong>6 giorni</strong> e da coinvolgere i parenti dei soggetti, avvocati, polizia ed addirittura un prete, ma ci arriveremo a tempo debito.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto inizia quando un gruppo di 70 persone risponde affermativamente ad un annuncio sul giornale che offre <strong>15 dollari al giorno</strong> in cambio della partecipazione ad un non specificato studio sugli effetti della vita in prigione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo  aver sottoposto tutti i candidati a test di personalità al fine di  escludere coloro che hanno problemi psicologici, malattie o fatto abuso  di droghe ne vengono scelti 24; per la precisione tutti studenti  universitari, in piena salute e di ceto medio.<br />
Essi vengono divisi  in modo assolutamente casuale (col lancio della moneta) in due gruppi:  metà saranno guardie e metà prigionieri. <strong>Il fatto che non ci sia alcuna differenza tra le persone nei due gruppi è estremamente importante.</strong></p>
<div id="SID1052955453" style="text-align: justify;">
<div>
<div><img class="aligncenter size-full wp-image-1420" title="1" src="http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2011/04/1.gif" alt="" width="343" height="214" /></div>
</div>
</div>
<p style="text-align: justify;">La   mattina seguente i prigionieri ricevono a casa propria la visita di un  auto della polizia di Palo Alto che li arresta per i crimini più  svariati sotto gli occhi sbigottiti dei vicini e vengono condotti nel  seminterrato del <strong>Dipartimento di Psicologia di Stanford</strong> adibito a prigione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’approfondimento potete vedere il video dell’operazione.</p>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div id="SID1062729560" style="text-align: justify;"><img src="http://img.youtube.com/vi/sYtX2sEaeFE/0.jpg" alt="" width="1" height="1" /></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il carcere</strong><br />
Per realizzare una prigione il più possibile realistica il Prof. Zimbardo si rivolse ad un gruppo di esperti, incluso un <strong>ex detenuto</strong> che ha scontato una pena di 17 anni (avrà il suo spazio nella sesta parte dell’articolo).</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre  alle celle i prigionieri potevano accedere solamente al “cortile” che  era un corridoio chiuso da alcune assi ove passeggiare durante l’ora  d’aria e per espellere i bisogni corporali <strong>venivano bendati</strong> per evitare che scoprissero vie di fuga.</p>
<p style="text-align: justify;">Le  celle vennero create sostituendo le porte dei laboratori con altre  fatte di sbarre d’acciaio, con sopra in bella mostra il numero. Erano  così piccole da contenere solamente tre brandine e null’altro, oltre ad  un citofono per eventuali comunicazioni contenente un <strong>microfono celato</strong>,  così da spiare le conversazioni dei detenuti. Non c’erano finestre o  orologi, una condizione questa che portò in seguito a qualche esperienza  di <strong>perdita della cognizione del tempo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte alle celle c’era <strong>“Il Buco”</strong>, uno stanzino così piccolo da permettere ad un eventuale “cattivo prigioniero” rinchiuso dentro di stare solamente in piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’approfondimento potete vedere il video degli stanzini prima che fossero adibiti a celle.</p>
<p style="text-align: justify;"></p>
<div id="SID2145918887" style="text-align: justify;"><img src="http://leganerd.com/wp-content/plugins/jquery-image-lazy-loading/images/grey.gif" alt="" width="1" height="1" /></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>[Edit]</strong><br />
L’esperimento è stato ripreso anche nella serie tv <strong>“Life”</strong>: per la precisione nella quarta puntata della seconda stagione, intitolata “Non per niente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>[Edit 2]</strong><br />
L’esperimento è stato citato anche nella serie televisiva <strong>“Veronica Mars”</strong> per la precisione nella Stagione 3 Episodio 2 “Dietro la porta”.</p>
<p style="text-align: justify;">[Articolo inserito su Lega Nerd]</p>
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