Le armi degli antichi Celti

La spada è l’icona delle armi bianche e i Celti eccellevano nella loro creazione: la cultura hallstattiana, ovvero la cultura proto-celtica databile dal XIII sec. a. C. alla prima metà del V sec. a. C., prediligeva inizialmente l’uso di lunghe spade di bronzo, ma nel VII sec. a. C. esse furono soppiantate da spade più corte e spesse in ferro.

Nella prima fase della cultura di La Tène A (V sec. a. C.), ovvero la cultura celtica propriamente detta, esse continuarono ad essere delle daghe in ferro con la lama di 40-50 cm, ma verso la fine del secolo vennero allungate fino a raggiungere i 60 cm di lama, diventando armi sia da taglio che da punta.

Nel periodo di La Tène B (IV sec. a. C.) la lunghezza delle lame va dai 60 ai 66 cm e vengono innovate le dotazioni e gli armamenti grazie al contatto con popoli abituati a combattere in formazione con fanti pesanti (falange oplitica).

In questo periodo furono anche rinforzati gli scudi con umboni metallici a protezione della spina (nella zona centrale) e di guarnizioni in ferro ai bordi: gli scudi erano oblunghi, di forma ovale od esagonale, di solito grandi abbastanza da coprire buona parte del corpo, ciò rendeva possibile l’utilizzo di formazioni come la testuggine e il cuneo e l’impugnatura, non imbracciata ma con una sola maniglia al centro, permetteva di muovere liberamente lo scudo e di usarlo come arma da impatto e di poterlo abbandonare velocemente in caso di necessità.

Anche i foderi delle spade diventano in ferro e si uniscono alla cintura sospensoria. In questo periodo cominciano a perdere il loro uso bellico anche i carri da guerra.

Nella fase di La Tène C (III-II sec. a. C.) le spade si allungano ulteriormente fino ad arrivare anche ad 80 cm di lama, con una lavorazione sempre migliore. L’allungarsi della spada è dovuto all’uso sempre più intensivo della cavalleria e al bisogno della cavalleria celtica di armi prettamente da taglio piuttosto che da affondo, ma l’uso per la fanteria resta invariato.

Nella fase D (II-I sec. a. C.) vengono sviluppate spade da cavalleria con la lama lunga anche 1 m, ma prive di punta in quanto usate solo per tirare fendenti da cavallo.

Nella fase romana le spade celtiche soppiantarono le spade romane per la cavalleria, anche perché la maggior parte della cavalleria romana era reclutata in Gallia, e nel periodo tardo dell’impero la spatha lunga celtica aveva soppiantato il gladio e fu la base per la creazione delle spade medievali.

Spade celtiche – Clicca sull’immagine per ingrandire

 

La lavorazione era particolare in quanto avevano una tempra leggera che lasciava il ferro morbido e facilmente piegabile, ciò fu visto dagli storici come una debolezza:

Dopo il primo fendente, infatti, essa si piega e si deforma in lungo e in largo ed obbliga il guerriero a raddrizzarla col piede, appoggiandone l’estremità a terra
(Polibio, 2.33)

In realtà era un effetto voluto per evitare che si incrinassero o si spezzassero all’impatto con qualcosa di duro come un elmo od uno scudo; inoltre sono state trovate spade damascate a prova della maestria nella metallurgia.
Le impugnature delle spade erano formate da pezzi di ferro incastrati fra loro a formare una figura umana con le gambe a creare la guardia della spada, per questo motivo sono note come impugnature antropomorfe. Anche i foderi erano riccamente decorati: da quelli più poveri in legno rivestiti in lamine di ferro e/o bronzo sbalzate a foderi rivestiti in lamina d’oro sbalzata sempre con decorazioni vegetali tipiche della cultura di La Tène.

Le spade venivano sepolte col defunto, insieme ad altre armi e oggetti di tutti i giorni, venendo piegate ritualmente.

Un’altra arma è la lancia che dal IV-III sec. a. C. divenne una dotazione standard per la fanteria pesante celtica, ma un’arma famosa e dall’effetto devastante era il gaesum, un giavellotto interamente in ferro e scagliato per lo più durante le cariche; il gaesum era tranquillamente in grado di trapassare uno scudo e colpire la persona dietro di esso. Erano lunghi da 140 cm fino anche a 2 m, con una punta in ferro dolce e un’asta di ferro duro: l’obiettivo della punta morbida era quello di piegarsi e restare incastrata nello scudo, o nella persona, che colpiva per evitare di essere raccolto dai nemici e riutilizzato.

Da notare la similarità della parola gaesum con quella di gesata, dei guerrieri citati spesso dalle fonti antiche e definiti come tribù o come mercenari. Oltre al gaesum esiste anche il saunion in ambito osco-umbro o sannita: il saunion consiste in una punta punta simile al gaesum ma lunga solo 30-40 cm circa e un’asta in legno. Quest’arma fu usata anche in ambito celtico in quanto più economica e con una gittata maggiore per via del peso inferiore. Queste armi furono le antenate del pilum usato dai legionari romani.

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