“Io Dalì”

Recensione della mostra “Io Dalì” al PAN, Palazzo della Arti di Napoli.

Rita ha recensito per noi la mostra “io Dalì”, raccontandoci la sua esperienza. Buona lettura, godetevi la galleria finale.

Io sono un genio e il mondo mi ammirerà!

Scriveva così Salvador Dalì nel suo diario, a 15 anni. E ci è riuscito! Volete ammirare anche voi questo genio immortale? Avete ancora pochi giorni. Infatti chiude i battenti il 10 giugno la mostra “Io Dalì”, al PAN, Palazzo della Arti di Napoli.

Quadri, disegni, video, foto e riviste esposte per raccontare un uomo dalla personalità straordinaria.

Eccentrico, geniale, estroso, surrealista, provocatorio, ambizioso… potrei continuare ma anche altri aggettivi non renderanno mai l’idea del personaggio che è stato Dalì.

Sì personaggio. Una vita dedicata a fare di sé stesso un personaggio e di ogni suo gesto un’opera d’arte. Uno dei più grandi artisti del XX secolo. Disegnatore, pensatore, scrittore, scultore, illustratore, fotografo, designer, cineasta e scenografo e la città partenopea gli dedica questa grande e completa retrospettiva, la prima del sud Italia. Dalì chiede di essere riconosciuto, reclama adorazione. La ottienepuntualmente  senza mai esporsi troppo. Lui è il divo che si concede al suo pubblico.

Davanti agli occhi dei visitatori si snoda un percorso nel suo mondo eccentrico e ed egocentrico. Ed ecco che un dettaglio anatomicodiventa uno dei suoi motivi pittorici. Novità assoluta per i suoi tempi. I baffi, per esempio. Nella seconda sala c’è un grande pannello che raccoglie tantissime foto. Con quelle inconfondibili punte all’insù, probabilmente un omaggio a Velasquez, «il più grande artista spagnolo vivente» scrive in un articolo del 1919, come Raffaello del resto (magnifico l’Autoritratto con il collo di Raffaello del 1921). Ogni fotografia, ogni video, ogni prova vocale erano preparati dal maestro come una performance unica ed irripetibile.

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I mezzi di comunicazione considerati “mezzi di svilimento e rincretinimento delle folle” usati come propaganda di sé. “Visto che esistono, sarebbe del tutto sciocco non approfittarne”. Dalle copertine delle riviste (tantissime in mostra, tra cui un numero del Time del 1936), la sua partecipazione a programmi televisivi americani (in mostra il video di “What’s My Line?” trasmesso nel ‘57 dalla CBS)

E poi si arriva al tema focale della mostra: l’amore per Gala. Forse sarebbe più corretto parlare di ossessione. Gala sua musa e sua sposa che contribuirà alla costruzione del personaggio Dalì.

La presenza di Gala è ovunque nella mostra come lo ero nella vita dell’artista catalano. Sin dal loro primo incontro a Parigi nel 1929, città in cui l’artista si trovava per presentare il film “Un chien andalou” girato insieme a Luis Buñuel. Dalì conobbe il poeta Paul Eluard e la sua consorte, la russa Elena Ivanovna Diakonova, appunto Gala, e la figlioletta Cécile. Scoppiò questo amore così morboso, possessivo ma del quale nessuno dei due poté fare a meno, fino alla fine dei loro giorni. Lei fu la cura più di qualsiasi metodo della psicoanalisi e alla sua morte lui cadrà nella depressione più cupa.

E poi la terza parte: i quadri stereoscopici. Un gioco di specchi che riflettono due fotografie per ottenere visioni e colori unici. Ancora una sala con le gigantografie delle foto più famose come la Monnalisa. E poi l’ultima, la sala dedicata al museo-teatro di Figueres (che la sottoscritta ha visitato 10 anni fa!). Dalì gli dedicherà gli ultimi anni della sua vita. Lasciando tutto incompleto. “Niente sarà finito” per raggiungere il suo obiettivo. “To be iconic”.

Galleria fotografica

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