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Esperimento Carcerario di Stanford part.4/6 – Cedimenti e presunta fuga

Rilascio del primo prigioniero
Il detenuto 8612 iniziò a manifestare disturbi emotivi acuti dopo appena 36 ore.

Pianto incontrollato, pensiero disorganizzato, eccessi d’ira erano solo alcune delle sintomatologie che presentava, ma purtroppo lo stesso Prof. Zambardo si era calato così tanto nei panni di direttore carcerario da pensare che stesse fingendo per uscire.

Uno dei consulenti lo rimproverò di durare troppo poco, dicendogli che i veri detenuti subivano percosse ben peggiori, e gli offrì di diventare informatore “della direzione”, in cambio sarebbe stato trattato bene dalle guardie. Gli dissero di pensarci su e che per ora non l’avrebbero fatto uscire.

Durante la conta successiva il prigioniero 8612 disse agli altri testuali parole (ovviamente in inglese): “Non potete andar via. Non potete interrompere tutto questo”.

Mentre gli altri ebbero ancora di più la sensazione di trovarsi rinchiusi il numero 8612 iniziò ad urlare e sbavare, dando evidenti segni di fortissimo stress che si avvicinavano alla follia.

Solamente dopo un po’ i ricercatori (ormai li chiameremo direttori carcerari) si resero conto che non fingeva e si convinsero a liberarlo per via delle serie sofferenze che provava.

Il primo aveva ceduto dopo 36 ore.

Genitori e conoscenti
Il giorno dopo era giorno di visite. La prigione era in condizioni a dir poco indecenti, di certo non accettabili da persone “esterne” che avrebbero immediatamente portato via i cari da una situazione simile.

La direzione carceraria decise di rendere quel posto il più pulito ed accogliente possibile, misero la musica in filodiffusione, lavò e fece radere i prigionieri e li fece mangiare abbondantemente.

Una decina di persone arrivò a trovare gli ormai 8 prigionieri, e vennero accolte da Susie Phillips, una ex cheerleader di Stanford.

Dopo essersi registrati ed aver atteso mezz’ora (come nelle vere carceri) vennero informati delle regole: ogni detenuto poteva parlare al massimo con due persone non più di dieci minuti e sotto l’occhio vigile di una guardia; inoltre ogni visitatore prima di entrare avrebbe dovuto incontrare il direttore carcerario (il professor Zimbardo) per discutere del caso del proprio parente/conoscente.

Naturalmente tutti protestarono ma vi si attennero, rendendo di fatto genitori ed amici partecipanti attivi (inconsapevoli) all’esperimento.

Alcuni genitori ci rimasero male vedendo le condizioni del proprio figlio ma la loro reazione fu di rivolgersi al direttore carcerario affinché migliorasse le condizioni di permanenza del proprio caro.

Una madre si lamentò rumorosamente delle condizioni del figlio ed il Prof. Zambardo le chiese (dialogo tradotto testualmente):

“Cos’ha suo figlio? Non dorme bene?”.
Quindi chiese al padre: “Non crede che suo figlio possa sopportare tutto questo?”
“Certo che può, è uno tosto, è un leader”, rispose lui. Girandosi verso la madre, le disse “Andiamo tesoro, abbiamo già perso abbastanza tempo”.

Presunta fuga
Casualmente una delle guardie sentì i prigionieri parlare di un complotto per fuggire tutti insieme dopo la visita dei familiari, con l’aiuto del ex prigioniero 8612, che avrebbe riunito alcuni amici per dare supporto d’evasione.

La cosa interessante è il cambio di atteggiamento che hanno gli studiosi. Se si fossero comportati da psicologi sociali sperimentali si sarebbero attenuti alla registrazione degli eventi, invece sentendosi ormai direzione carceraria si preoccuparono per la sicurezza della prigione. Notare come non parlano e non ragionano più da professori.

Si incontrarono in tre: il Direttore della prigione, il Supervisore e uno dei luogotenenti (Craig Haney) per programmare come sventare la fuga.
Decisero di mettere una talpa nella cella prima occupata dal prigioniero 8612, così da essere informati tempestivamente di tutte le novità riguardanti il piano di fuga.

Addirittura il professor Zambardo si recò presso i l Dipartimento di Polizia di Palo Alto, chiedendo al capo il permesso di trasferire i detenuti provvisoriamente nelle celle reali, quelle del carcere vero.

Naturalmente la richiesta venne respinta, sia per cause di assicurazione della prigione sia perché, diciamocelo chiaro, non potevano prestare delle celle vere con poliziotti veri per una simulazione.

Ecco quindi che scatta il piano B: subito dopo la visita dei parenti mettere dei sacchi in testa ai detenuti, legarli e spostarli altrove, demolire la prigione fino all’irruzione dell’ex detenuto 8612.

Una volta entrato avrebbe trovato solamente il direttore del carcere ad aspettarlo che l’avrebbe informato della fine dell’esperimento, dicendogli che tutti gli altri sono già a casa. Vedere le celle smontate l’avrebbero convinto del tutto.

Successivamente avrebbero rimontato tutto e raddoppiato le misure di sicurezza. Anzi già che c’erano avrebbero potuto anche rinchiudere nuovamente il numero 8612 per ciò che aveva architettato.

Mi pare ovvio che la situazione era completamente sfuggita di mano, anche i docenti ricercatori avevano perso il contatto con la realtà.

Mentre il direttore carcerario stava li, seduto ad aspettare il “gruppo di guerriglia rivoluzionaria”
arrivò un suo collega (Gordon Bower) che aveva saputo dell’esperimento ed era curioso di sapere come procedeva. Dopo una descrizione della situazione Lui si limitò a chiedere (testuali parole tradotte):

“Dimmi, qual è la variabile indipendente in questo studio”?

Riporto dal diario tradotto del Prof. Zambardo:

Con mia sorpresa, mi scoprii arrabbiato con lui. Dovevo far fronte da solo ad una possibile fuga di massa, la sicurezza dei miei uomini e la stabilità della mia prigione erano in gioco e, invece, dovevo occuparmi di questo sensibile, liberale, logoro accademico che stava lì a preoccuparsi della variabile indipendente! Solo molto tempo dopo mi resi conto di quanto, a quel punto dello studio, fossi entrato a piè pari nel mio ruolo: stavo ormai pensando come un responsabile di prigione piuttosto che come un ricercatore sociale.

L’irruzione non avvenne, e la frustrazione della direzione carceraria e dei guardiani ebbe pesanti ripercussioni sui detenuti.

Esperimento carcerario Stanford

 

La pressione e le umiliazioni sui prigionieri crebbero a dismisura, vennero obbligarli a pulire il water con le mani e a togliere le incrostazioni dei loro secchi con le unghie, le flessioni divennero incessanti, ogni motivo era buono per farli pompare. Le conte adesso duravano anche diverse ore.

 

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