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Esperimento Carcerario di Stanford part.3/6 – Autorità e rivolta

Imposizione dell’autorità
Durante la notte i prigionieri venivano svegliati a suon di fischietto per le conte. Esse servivano per memorizzare il proprio numero identificativo e per imprimere una iniziale imposizione di potere da parte delle guardie.

Inizialmente i detenuti non presero sul serio il proprio ruolo, rivendicavano l’autonomia e schernivano le guardie, che d’altro canto non erano ancora sicure sui metodi da utilizzare per imporre l’autorità.
Qui iniziò una serie di confronti diretti tra guardie e prigionieri.


Ogni qualvolta che venivano trasgredite delle regole o avveniva una mancanza di rispetto (anche verso l’istituzione) come metodo punitivo i carcerieri iniziarono ad imporre delle flessioni ai detenuti.

Inizialmente gli osservatori pensarono ad una “goliardata dai toni bambineschi” assolutamente inappropriata ad un carcere. In seguito informandosi si resero conto che tale metodo di sottomissione veniva utilizzato anche nei lager nazisti.

In approfondimento trovate un disegno di Alfred Kantor, un sopravvissuto all’olocausto.
olocausto

Una prima rivolta
Dopo la prima giornata trascorsa senza problemi i prigionieri si barricarono a sorpresa nelle celle bloccando le entrate con le brande, si tolsero i berretti di nylon e staccarono i numeri identificativi dalle uniformi.

Le guardie erano molto tese ed arrabbiate perché (ovviamente) iniziavano a prendersi gioco di loro, senza contare che al cambio del turno la situazione peggiorò, in quanto i compagni del turno successivo li accusarono di esser stati troppo buoni.

Dopo una riunione decisero cosa fare e ciò che accadde ha dell’incredibile: chiesero insistentemente i rinforzi che arrivarono poco dopo. Quelli del turno notturno (appena finito) rimasero a dare manforte e tutti uniti risposero così come concordato.
Presero un estintore (in dotazione alla struttura secondo le norme di sicurezza) ed iniziarono a spruzzare il diossido di carbonio in esso contenuto dentro le celle, fecero irruzione, spogliarono i prigionieri (sempre 9 contro 3) gli tolsero le brande, chiusero i capi della rivolta in isolamento per poi insultare, minacciare e schernire gli altri detenuti rimasti ormai nudi.


La rivolta era sedata ma le guardie non sarebbero potute essere sempre presenti in nove, quindi dovettero pensare a come risolvere il problema, ed ecco l’idea: invece di utilizzare la forza usarono la psicologia, allestendo una cella speciale denominata “La Privilegiata” e concedendola solamente ai tre prigionieri meno coinvolti nella rivolta. Oltre a questo gli concessero altri privilegi come la restituzione di brande ed uniformi, lavarsi e mangiare “cibi speciali” davanti ai compagni, che vennero tenuti a digiuno.

Così facendo riuscirono a distruggere la forza solidale che si era creata tra i prigionieri.
Come se non bastasse dopo mezza giornata trasferirono i tre privilegiati nelle celle normali e presero tre “cattivi” per metterli nella “Privilegiata”.

Si creò la confusione totale tra i prigionieri: i capi della rivolta iniziarono ad accusare coloro che venivano trattati meglio di essere delle spie, mentre perdevano pian piano potere carismatico sugli altri.

Questi metodi vengono utilizzati anche nelle vere carceri, per mettere ad esempio i bianchi contro i neri spezzando di fatto le varie alleanze che si potrebbero creare. Senza contare che in questo modo sfogano tra loro l’aggressività.

Oltre a questo la rivolta dei detenuti creò maggiore solidarietà tra le guardie, ma soprattutto l’esperimento ebbe una brusca svolta: i prigionieri non vennero più ritenuti delle persone partecipanti ad una sperimentazione scientifica, bensì veri e propri agitatori sempre in grado di causare problemi in un qualsiasi momento.

Onde evitare in futuro altre situazioni simili iniziarono a farsi sempre più aggressive, tenendo ogni comportamento o funzione corporale dei detenuti sotto controllo.
Andare in bagno diventò un privilegio concesso, costringendo i prigionieri ad urinare e defecare dentro secchi all’interno della propria cella, addirittura svuotarli divenne un privilegio e come conseguenza tutto l’ambiente iniziò a puzzare di escrementi.

Si accanirono contro il più rivoltoso, il 5041. I ricercatori scoprirono in seguito che si trattava di un attivista radicale e che partecipava all’esperimento perché convinto che volessero scoprire nuove metodologie per tenere sotto controllo le masse studentesche e pensava di vendere tutta la storia ad un giornale.

Comunque sia anche lui si calò al 100% nel ruolo del prigioniero, in quanto controllando una lettera indirizzata alla fidanzata si autodefiniva “leader del Comitato di Rivolta del Carcere della Contea di Stanford”.

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